Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Il presidente da valorizzare di un Ordine da abolire

with one comment

Gianluca amadori Caro Gianluca*,
se negli ultimi mesi ti sei adontato – o anche soltanto un po' seccato – per alcune mie esplicite uscite contro l'Ordine dei giornalisti, hai fatto bene. Non perché l'Ordine dei giornalisti vada difeso – questo Ordine o qualsiasi altro Ordine – ma perché tu stai veramente cercando di dare un impronta nuova a questa istituzione, stai cercando davvero di renderla un organo utile per i giornalisti, che difenda (lo so, è un termine soprattutto sindacale, ma passamelo) non tutti i giornalisti, ma soltanto coloro che lo meritano e che cercano di mantenere alto il nome di una categoria che non ha una reputazione eccellente.

Aggiornamento e deontologia sono due parole chiave per te, ecco come mai continuo a chiedermi che cosa tu ci stia a fare lì. L'Ordine è un organo che non ha senso, credimi, al di là della Corte costituzionale che lo ritiene del tutto compatibile con l'articolo 21. Conta poco che, così strutturato, esista soltanto in Italia e in pochi altri Stati (la minoranza non ha torto per definizione), conta di più che sia un recinto dei professionisti dell'informazione (non uso la parola comunicazione, come noterai): una sorta di ossimoro.

Uno, due, dieci sindacati dei giornalisti (meglio uno o due) mi stanno bene e sono necessari, soprattutto ora. Un Ordine no, non ho bisogno che qualcuno, diverso da un buon sindacato, difenda la mia dignità di giornalista: prima di tutto ci devo pensare io, poi mi è sufficiente avere un sindacato. La deontologia, mi dirai. Già, la deontologia, quella che tu ci ricordi ogni volta che ci mandi una mail con i provvedimenti disciplinari dell'Ordine del Veneto. La deontologia non la potrà mai difendere l'Ordine, perché è come cercare fare il giro del mondo con una bicicletta senza pedali: basta vedere che nessun provvedimento di radiazione riesce a essere efficace: non per colpa degli Ordini ma perché non si può proibire a qualcuno di esercitare il suo diritto di espressione del pensiero. Certo, l'Ordine può dare un indirizzo, può stabilire regole, ma che senso ha che esista quando in realtà non ha potere alcuno? Non mi spingo fino all'eccesso di idealismo secondo cui dovrebbero essere i lettori a valorizzare i giornalisti che si comportano correttamente (non accade e non accadrà mai), ma non sarebbe meglio che quelle regole le facessero rispettare le aziende editoriali? Io lo trovo molto più ragionevole, a patto che le aziende editoriali (espressione che uso per comodità, anche se dovrebbe essere aggornata) non siano governate da "idioti abbastanza preparati", per riprendere una felice definizione di Fernando Savater. Qui mi fermo, che è meglio. E per i corsi di aggiornamento ci sono – ci dovrebbero essere – le aziende da una parte e le università o le scuole di formazione dall'altra.

Gianluca, non seppellire le tue capacità sotto la pur scomoda poltrona di presidente dell'Ordine. Meriti di più, credimi.

* Gianluca è Gianluca Amadori, presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

08/11/2010 at 1:30 am

Una Risposta

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  1. Caro Carlo*,
    non credo di meritare tutte le belle cose che scrivi del sottoscritto
    ma, visti i tempi che corrono, conserverò la tua mail per rileggerla
    quando sono giù di morale…
    Non mi sono adontato, né seccato per le tue prese di posizione contro
    l’Ordine: le rispetto, pur non condividendole, così come rispetto
    quelle di numerosi altri colleghi che, invitati alle iniziative
    dell’Ordine, hanno pubblicamente dichiarato che l’Ordine andrebbe
    abolito.
    Il dibattito è aperto e non c’è cosa più bella di confrontare le idee
    apertamente, in piena libertà: solo così si può crescere, imparare e,
    possibilmente, cercare di fare qualcosa per questa professione che
    talvolta stento a riconoscere, inquinata com’è da colleghi (pochi, per
    fortuna) che, invece di interpretare il “ruolo sociale” del
    giornalista (cito il presidente Napolitano) scelgono – nel migliore
    dei casi – di recitare la parte dei “servi” del padrone di turno,
    svendendo la propria autonomia e dignità; e nel peggiore dei casi
    inventano notizie e dossier, prestandosi a vergognose operazioni di
    killeraggio per conto terzi, che con il giornalismo non hanno nulla a
    che fare.
    Mi indigna assistere a questa deriva della professione e, ancor di
    più, al teatrino di chi – compresi “illustri” direttori e giornalisti
    - pretende di difendere questi soggetti richiamandosi ai principi
    della libertà di stampa e di espressione. La Costituzione, per chi la
    conosce, difende tale libertà, ponendola ai massimi livelli, a patto
    che venga esercitata con onestà e buona fede, rispettando gli altri
    diritti costituzionali. Libertà di stampa non significa libertà di
    inventare, mistificare la realtà, “uccidere” gli avversari con
    vergognose campagne senza fondamento.
    Mi indigno quando ascolto “illustri” colleghi, il cui compito sarebbe
    quello di informare con correttezza, lealtà e buona fede, dichiarare
    che l’Ordine non dovrebbe sanzionare con la sospensione della
    professione un collega resosi responsbaile di gravi scorrettezze, ma
    semmai dare una multa: ma di cosa stanno parlando? Sanno questi
    signori che esiste una legge dello Stato che stabilisce quali sanzioni
    siano comminabili ai giornalisti che finiscono sotto inchiesta
    disciplinare, e che la multa non è contemplata? Se vogliono cambiare
    la legge, le regole, lo dicano. E’ legittimo. Ma lo facciano con
    chiarezza, e con onestà informino i cittadini che oggi le regole sono
    queste (volenti o nolenti).
    In questo panorama sconsolante, in cui gran parte dei vertici del
    giornalismo danno il peggior esempio possibile, ritengo che l’Ordine
    (con tutti i suoi
    limiti e difetti) sia l’unico baluardo di regole e garanzie per chi
    vuole ancora fare onestamente e correttamente la professione di
    giornalista (e sono tantissimi, soprattutto tra i più giovani, che
    credono ancora nei valori del buon giornalismo).
    Tu proponi di delegare alle aziende editoriali la formazione e la
    tutela della deontologia professionale? A me pare, oggi più che mai,
    che agli editori interessi tutto meno che la qualità
    dell’informazione, la trasparenza e il rispetto di regole
    deontologiche. Mi riferisco a proprietà editoriali che hanno enormi i
    interessi economici in altri settori e tendono ad utilizzare giornali
    e tv per difenderli, invece che per fare libera informazione; parlo di
    direttori che, invece di realizzare prodotti editoriali nell’interesse
    dei cittadini, li utilizzano per potare avanti questo o quel esponente
    politico; parlo di vertici giornalistici di giornali e tv che vivono
    da anni rinchiusi in redazione davanti alle agenzie e si immaginano un
    “mondo virtuale” in cui contano soltanto polemiche costruite ad arte,
    notizie gridate, pettegolezzi e quant’altro.
    Faccio il giornalista da oltre vent’anni e, dal mio privilegiato punto
    d’osservazione, non ho visto aziende editoriali (se non in rarissime
    occasioni) interessate alla formazione dei propri giornalisti: una
    posizione miope e sciagurata. Per risparmiare i pochi spiccioli
    necessari ad organizzare corsi di formazione su privacy, diffamazione
    e deontologia, si ritrovano, ad esempio, a dover sborsare milioni di
    euro in cause e risarcimenti dovuti spesso all’ignoranza in cui
    lasciano i giornalisti, soprattutti quelli più giovani e sprovveduti.
    Oggi l’Ordine è l’unica possibilità per un giornalista di difendere la
    sua autonomia e indipendenza. La legge professionale ci consente di
    non dover rispondere a nessun potere, se non alla nostra deontologia.
    A mio avviso è il massimo della libertà possibile. Sinceramente non
    augurerei a nessun collega di dover rispondere al proprio editore,
    magari di un articolo che ha dato fastidio al potente di turno, oppure
    all’importante inserzionista pubblicitario che ha “osato” criticare.
    Con tutti i suoi limiti e difetti, un sistema che prevede un’organismo
    di autogoverno è il miglior sistema possibile. Non lo vogliamo
    chiamare Ordine, ma “pinco pallo”? Mi sta bene.
    La questione non è di abolirle l’Ordine semmai, di farlo funzionare
    meglio: da un lato con regole migliori, al passo con i tempi mutati
    (ed ecco perché urge una riforma della legge 69 del 1963); dall’altro
    con un impegno concreto di chi si assume la responsabilità di farlo
    funzionare.
    Ecco il punto nodale: la responsabilità. Oggi assisto, con sempre
    maggior frequenza, a persone che non si assumono la responsabilità che
    gli compete. E ciò non soltanto nel giornalismo. I risultati li
    abbiamo davanti agli occhi…
    Per quanto mi riguarda, sto cercando di fare soltanto questo: rivesto
    un ruolo e, fino a quando mi sarà confermata la fifucia dei colleghi,
    farò il possibile per assumermi le responsabilità che mi spettano. Non
    so se ciò significa “seppellire le mie capacità”. Né spetta a me dire
    se ho fatto bene o male in questi anni. Una cosa è certa: continuerò a
    impegnarmi affinché l’Ordine diventi un punto di riferimento dei
    giornalisti per la formazione e l’aggiornamento e per la tutela della
    libertà, dell’indipendenza e dell’autonomia; una garanzia (per il
    cittadino) per il
    rispetto della deontologia professionale. Cioé i compiti stabiliti
    dalla legge. Le difficoltà non mancano e ciò che si può fare è
    sicuramente poco rispetto alle esigenze. Ma, per quanto mi riguarda,
    continuerò a posare il mio piccolo “mattoncino” quotidiano. Che,
    assieme a quelli posati da qualcun altro, chissà che non riescano a
    costruire qualcosa di utile e positivo.
    Mi ha fatto sorridere la tua immagine della bicicletta senza pedali e
    rispecchia certamente la situazione attuale… Ho letto recentemente
    una frase di Bertrand Russel che mi ha fatto pensare: “Gli innocenti
    non sapevano che la cosa era impossbile e quindi la fecero”. Non è che
    si debba tutti provare a recuperare quella innocenza?
    Gianluca Amadori
    * Carlo, è Carlo Felice Dalla Pasqua

    Gianluca Amadori

    14/11/2010 at 10:57 pm


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