Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Once upon a time there was a journalist

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Una volta era semplice: c’erano i giornali, la televisione e la radio, un giornalista apprendeva le tecniche di uno di questi tre mezzi di comunicazione e si specializzava in una materia. In Italia accadeva abbastanza di frequente che per tutta la vita non cambiasse testata o, quantomeno, scrivesse sempre e soltanto di economia o di cultura o di cronaca giudiziaria.

È stato internet, più ancora del web 2.0 (che di internet è soltanto una limitata porzione), a cambiare tutto, a cambiare prospettiva, a dare ai giornalisti infinite possibilità in più ma anche a obbligarli a vincere la loro pigrizia: stare al passo con i tempi non è facile per chi è nato giornalista analogico, anche a voler seguire soltanto i fenomeni realmente importanti e non tutte le effimere apparizioni e sparizioni di strumenti e applicazioni di dubbia utilità e importanza. Idem per le aziende. Giornalisti ed editori sono davanti a un bivio (o forse lo hanno già oltrepassato): se non hanno imboccato la strada del rinnovamento il loro destino è inevitabilmente la morte, non sempre lenta e indolore. Rinnovamento non significa il semplice abbandono della carta o della vecchia tv, non significa l’apertura di un sito al posto di un giornale o di uno studio televisivo. No, rinnovamento – o rivoluzione? – significa un cambiamento culturale così profondo che oggi vediamo soltanto alcune uova appena schiuse. Non sappiamo se sono uova di serpente, di aquile o di gabbiani; e forse la nostra generazione non saprà mai quale creatura sta uscendo da questa rivoluzione.

Sergio Maistrello ha dato nel suo blog fa una bella definizione di giornalismo (continuo a usare una parola che, come vedremo, sta diventando insufficiente): “Il giornalismo è narrazione dello straordinario, delle variazioni sulla banalità che diventano notizia”. A parte le solite commendevoli eccezioni, i giornalisti nati e cresciuti nelle testate tradizionali hanno un concetto piuttosto statico di “variazione sulla banalità” e per capirlo basta leggere i giornali e guardare i tg: difficile trovare grandi cambiamenti fra l’uno e l’altro: nelle prime pagine le notizie sono spesso le stesse. Un meccanismo che ha funzionato per decenni perché, in Italia ma non soltanto in Italia, a fare la differenza fra un giornale e l’altro erano le opinioni più che i fatti.

Il modello è invecchiato velocemente. Come ha scritto Mike Elgan su ComputerWorld (in un articolo ripreso in Italia da Lsdi e da Giuseppe Granieri), l’omogeneizzazione dei giornali, che pubblicano le stesse 100 notizie cambiando soltanto la loro gerarchia, non funziona più. Finiti gli appassionati della carta (un materiale che già ora è diventato antieconomico per un uso di massa), ai giornali attuali resteranno gli spazi che ora sono riservati alle riviste d’arte. Ma resterà un grande spazio per il giornalismo (o forse dovrei chiamarla “informazione” o forse ancora dovrei usare una parola più liquida come “notizie”). Sorvolo su qualche concetto che mi trova in perfetto disaccordo con la maggioranza dei colleghi – ossia che internet rende più superficiali, che è strutturalmente meno autorevole della carta stampata e che gli approfondimenti su internet sono destinati a non funzionare, almeno da un punto di vista commerciale – e cerco di restare ancora un po’ in tema. Che poi è quello del modo in cui le redazioni stanno vivendo la transizione dall’analogico al digitale.

Non c’è una risposta univoca: siamo in anni nei quali non ci sono ancora modelli di business consolidati per il giornalismo online (anche se questo non significa che i giornali online non facciano utili) e in molti credono di avere la soluzione giusta, un po’ come molti sanno quale dovrebbe essere la formazione della nazionale italiana di calcio. In redazione ci sono coloro che a malapena sanno come usare la posta elettronica, che sono fieri di questa loro ignoranza digitale e che sperano di andare presto in pensione (ed è un augurio da far loro con il cuore: l’alternativa sempre più probabile, nel giro di pochi anni, rischia di essere la disoccupazione). Ma ci sono anche coloro che hanno capito benissimo che per le vecchie redazioni ci sono poco spazio e ancor meno tempo. Pochi, però, hanno davvero presente che ormai i giornalisti sono soltanto una delle tante possibili fonti di informazione per i cittadini, soprattutto per i cittadini di domani. Ammesso che tutti i giornalisti possano dirsi credibili perché portano con sé un bagaglio di regole da seguire per dare un’informazione corretta, nel mondo moderno la diffusione di notizie credibili non è prerogativa dei soli giornalisti.

Scendere dal piedistallo sul quale molti stanno ancora accomodati, diventare il “perno centrale degli interessi delle persone” (per rubare una definizione a Pier Luca Santoro), saper usare vari strumenti di comunicazione (dal sito tradizionale al social network ai messaggi video): intorno a questi cardini può rinascere la figura di un giornalista affidabile e consapevole di non aver più l’esclusiva sull’informazione. Difficile, però, che questi nuovi professionisti nascano in qualcuna delle redazioni tradizionali: non perché quelle redazioni non siano state buone scuole, a volte ottime, ma perché ora sono scuole limitate, capaci al massimo di preparare bene su qualche aspetto del giornalismo attuale.

La rivoluzione delle news – chiamiamola così, perché quello di rinnovamento mi pare un concetto troppo blando – sta influenzando in modo importante anche la linguistica e la fisiologia umane, tanto che – l’ho già detto ma repetita juvant – mi riesce davvero difficile continuare a parlare di “giornalismo”, parola legata a un tempo bellissimo ma non attuale. Provate a leggere l’ultimo libro di Charlie Beckett: “WikiLeaks – News in the Networked Era”. Si parla di quello che chiamiamo comunemente giornalismo e la parola è citata frequentemente all’interno, ma nel titolo non c’è, nel titolo si parla di “news”. Non so se Beckett l’abbia fatto apposta, glielo chiederò fra qualche settimana al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, ma mi piace crederlo, anche perché la sua analisi (e quella del co-autore James Ball) va in quella direzione.

C’è anche un elemento fisiologico, dicevo. L’evoluzione del corpo umano che sarà indotta dall’uso non più saltuario della tecnologia, che diventerà una parte di noi e non una parte altra da noi, è già cominciata. Il video, diventato famoso qualche mese fa, che mostra una bambina di un anno per la quale una rivista è semplicemente un tablet che non funziona, è solo un esempio: la tecnologia influenzerà lo sviluppo del nostro corpo e dei nostri movimenti. Ma questo è un altro discorso e non riguarda soltanto il giornalismo (o ciò che diventerà il giornalismo).

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Post composto per Voices e lì pubblicato dieci giorni fa

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

12/04/2012 at 2:15 pm

Pubblicato su Uncategorized

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