Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Corporativismo, parte seconda: le querele e le condanne

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Lo avevo promesso nei commenti al post precedente, ma non è soltanto per questo che sto scrivendo. È che il corporativismo dei giornalisti, fastidioso quanto umanamente comprensibile, come tutti i corporativismi, a volte diventa simbolo palese di ingiustizia: e qui è più difficile da far accettare, soprattutto quando si predica il contrario. Parlo, per esempio, di giornalisti querelati o condannati per diffamazione.

Non è in ballo il difficile equilibrio fra reati d’opinione e necessità di tutela dei soggetti più deboli, parlo soltanto di violazioni del codice penale esistente. Ho scritto la cronaca giudiziaria in una città di provincia per una decina d’anni e so che sul mio giornale – ma anche sugli altri mass media di Treviso e su quasi tutte le testate giornalistiche locali di altre zone d’Italia – trovano spazio, piccolo o grande che sia, notizie di poco momento dal punto di vista del rilievo pubblico. A che cosa serve pubblicare storie senza nomi di liti condominiali per un parcheggio? Eppure è stato fatto, più volte. A che cosa serve scrivere che tizio è stato arrestato per la detenzione di venti grammi di hashish (con foto, soprattutto se si tratta di un immigrato) se non a soddisfare qualche richiesta di carabinieri e polizia? Eppure è stato fatto anche questo.

Se siete un giornalista di giudiziaria, provate invece a tornare con la notizia che un collega è stato citato a giudizio o condannato per diffamazione a mezzo stampa. Qui, nove volte su dieci a essere ottimisti, vige il vituperato principio del cane non mangia cane: non pubblichiamo quella notizia così domani la concorrenza non pubblicherà quella che riguarda uno di noi. Chi parla in modo forbito lo chiama "rispetto dei colleghi", in realtà è tacere un’informazione che vale di più delle liti o degli arresti a cui accennavo prima. Dal punto di vista sociale è molto più importante – lo ammetterete – sapere che un giornale o una televisione, mezzi di comunicazione di massa di cui si fidano molti cittadini, è uscito dal seminato, non ha svolto bene il proprio compito e ha offeso ingiustamente la reputazione di altri.

Chi ha il compito e la volontà di controllare il Potere deve essere anche in grado di controllare il proprio potere, altrimenti è ovvio che ne risentano la propria autorevolezza e la propria autorità. I mass media hanno una doppia responsabilità, come ce l’hanno politici e giudici: essere giusti e obiettivi con gli altri e con sé stessi. Fine della piccola predica, ad uso anche personale.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

14/06/2005 a 11:51 pm

Pubblicato su Uncategorized

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