Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

I numeri di Fonzie

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Lo spunto mi è venuto leggendo un articolo di David Randall sull’ultimo numero di Internazionale. Parlava del pessimo rapporto che i giornalisti hanno spesso con i numeri. Randall ne fa soprattutto una questione di metodo, dice che i giornalisti non sanno interpretare i numeri. Ha ragione: quando si scrive che ci sono più afroamericani in prigione di quelli che frequentano un college (dimenticando che il college si frequenta dai 18 ai 23 anni) o quando si scrive che il 29 per cento degli ex dipendenti di un laboratorio era morto di cancro, quando il cancro è la causa di morte per il 35 per cento delle persone fra i 44 e i 65 anni, è sicuramente così. È una questione di poca dimestichezza con i numeri, che vengono presi di peso senza chiedersi che cosa significhino. Ma Randall prende soltanto la parte più nobile di questo difetto.

Randall dimentica – o non ha avuto lo spazio per scriverlo – che i numeri sono spesso la soluzione più facile, specialmente in piccoli giornali, per creare una mezza pagina o una pagina completa: si prende una delle tante statistiche a livello nazionale che proliferano sui siti di gruppi e associazioni (anzi, si aspetta che arrivi il comunicato stampa o il lancio di agenzia), non la si verifica e la si localizza. Ed escono i titoli: "Treviso in testa agli scippi con le motociclette rosse", "A Lucca si va al cinema più che in tutta la Toscana", "Foggia comanda la classifica dei furti in pasticceria", "In provincia di Ancona le spiagge più piovose" (notizie inventate, ndr). Si scrive un facile pezzo pseudo-sociologico di 80 righe, si pubblicano un paio di tabelle e altrettante foto e, con un commento dell’illustre studioso locale, la pagina è servita. Chi controlla se quei numeri corrispondono anche minimamente alla realtà? Nessuno, ovviamente, perché questo porterebbe via troppo tempo. Così qualunque notizia del genere, che sia vera o che sia una fregnaccia, entrerà nell’archivio del giornale e sarà utilizzata per anni da chi scrive di scippi, di cinema, di spiagge, di piogge o di furti. Qui non è questione di non saper capire i numeri: chi fa questo capisce anche troppo bene a che cosa servono i numeri. Sa anche che possono essere numeri imprecisi, ma non gli interessa: è più importante riempire una pagina che informare il lettore.

Un altro caso riguarda i sondaggi fatti in casa per dimostrare una tesi. Prendo un esempio specifico: il caso antenne per i telefonini a Treviso. Accade che il direttore o un caporedattore o un caposervizio, pur di cavalcare l’onda emotiva, facciano intervistare 10-20 persone, scelgano due pareri a favore e otto contrari (su una città di 80mila abitanti) e poi titolino: "L’80 per cento dei trevigiani è contrario alle antenne" (anche questo è un esempio inventato, ma meno lontano dalla realtà di quelli del paragrafo precedente e riguarda vari mass media locali). Anche qui non si tratta di carenze culturali dei giornalisti nelle materie scientifiche: quelle carenze culturali restano confinate in un angolo, qui si tratta di consapevole uso dei numeri in malafede.

Per tornare a Randall, ha ragione a dire che in ogni parte del mondo sarebbe necessario uno Statistical assessment service per lasciare una traccia di coloro che usano i numeri in modo scorretto. In Italia non esiste e difficilmente esisterà, in Italia non esiste neppure la rubrica "Corrections", tanto frequente nei mass media di lingua inglese. In Italia siamo spesso come il Fonzie di "Happy days": non riusciamo proprio a dire "ho sbagliato".

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

03/07/2005 a 8:04 pm

Pubblicato su Uncategorized

3 Risposte

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  1. <>
    Necessita qui una nota di demerito: i giornalisti posseggo una certa responsabilità (la cui evasione contribuisce al più esteso fenomeno italiano della “disinformazione”) che viene spesso presa sottogamba. Randall non ha tutti i torti: i giornalisti giocano spesso coi numeri (a volte peggio di quanto si faccia al lotto, ndr). Nello scivere un articolo il giornalista ha un metodo che coinvolge la ricerca di documenti e informazioni valide: perché i numeri, i sondaggi & affini non vengono coinvolti in questo vaglio critico?! La risposta è da ricercarsi nello stesso testo: <>
    Il che non vale per TUTTA la categoria dei giornalisti, ovviamente; eppure è un fenomeno concreto. C’è da sentirsi presi in giro.

    White_Wolf

    03/07/2005 at 10:05 pm

  2. Lo stesso dubbio mi era venuto a proposito delle morti di anziani per il caldo. La notizia (15 morti) di pochi giorni fà mi faceva pensare che il numero fosse nella normale media, ma non sono riuscito a trovare una fonte scientifica sui decessi medi quotidiani in italia😉

    Aghenor

    04/07/2005 at 11:53 am

  3. Volevo citarlo come esempio, poi me ne sono dimenticato e ti ringrazio per aver colmato la lacuna. Chi è un morto per il caldo, a parte uno che ha avuto un malore per essere rimasto per quattro ore senza protezioni sotto il sole greco? Quei 15 morti sono tutti anziani trovati boccheggianti in un appartamento senza aria condizionata? Chiaro che il forte caldo (ma anche il freddo eccessivo, o una corrente d’aria, o una foglia di lattuga per chi è allergico) può essere dannoso per certe patologie, però da qui a dire che qualcuno “è morto per il caldo” ce ne corre.

    Carlo Felice

    04/07/2005 at 12:14 pm


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