Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Altri punti di domanda su Judith Miller

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Forse sarei tornato più tardi sul caso di Judith Miller, la giornalista del New York Times finita in carcere, se Luca Sofri non ci avesse dedicato tre post negli ultimi due giorni. Luca, oltre ad osservare che Robert Novak, il primo ad aver fatto il nome di Valerie Plame come agente della Cia, è libero e tranquillo (e quindi, con molta probabilità, ha cantato e fatto il nome della sua fonte) richiama un articolo di David Corn su TomPaine.com in cui si sostiene che, secondo la legge americana e particolarmente secondo l’Intelligence Identities Protection Act, soltanto i pubblici ufficiali che rivelano le fonti possono essere incriminati. Se è per questo anche un articolo del codice penale italiano, il 326 sulla "rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio", dice cose analoghe: "Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie d’ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, e punito" eccetera eccetera. Però anch’io, che non sono pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, posso essere condannato per rivelazione di segreti d’ufficio. Perché?

Vi annoierò, ma brevemente, spiegandovi il motivo – anche se la situazione americana potrebbe essere diversa (non lo so e non voglio avventurarmi in dissertazioni sul diritto comparato, che affido ad altri più esperti). In Italia la rivelazione di segreto d’ufficio, che pure è un reato proprio del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, come è scritto chiaramente nell’articolo 326, è un reato che può commettere anche un privato. Anzi, nella pratica delle Procure italiane, viene attribuito principalmente a un privato. Mi è capitato più di una volta di leggere capi d’imputazione nei confronti di giornalisti accusati del 326 in cui c’erano scritte frasi del tipo: "perché, in concorso con un pubblico ufficiale allo stato ignoto". Qui sta la chiave, che potrebbe essere anche la chiave per capire la storia della Miller. Dove il colpevole, se colpevole c’è, non è il giudice che per ultimo segue le indicazioni di giudici superiori e fa arrestare la giornalista, ma un sistema giudiziario che affianca al Primo emendamento della Costituzione una serie di limitazioni che comprimono i diritti costituzionali. Lo scotto che dev’essere pagato al bisogno di sicurezza di questi tempi, afferma qualcuno.

Ma torniamo alla legge italiana, sperando di non tediarvi molto. Il giornalista può essere condannato perché, nella dottrina giudiziaria, si è formato il concetto di "concorso dell’extraneus nel reato proprio". Il che significa che è punibile chiunque abbia avuto un ruolo attivo nella commissione del reato da parte del pubblico ufficiale (per esempio il giornalista che vuole ottenere informazioni segrete), anche se la lettera della legge dice che il reato è attribuibile soltanto al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio. Per evitare fucilazioni da parte di chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui (e per non fare troppo il sapientino) non mi soffermerò sulla differenza fra il concorso necessario dell’extraneus nel reato commesso dall’intraneus (come nel caso della corruzione, dove l’esistenza di una persona volontariamente corruttrice è necessaria per l’esistenza di un pubblico ufficiale corrotto) e il concorso non necessario (come nel caso della rivelazione del segreto d’ufficio, dove il reato può essere commesso dal pubblico ufficiale senza alcun concorso dell’extraneus).

Tutto questo per aprire un spiraglio di conoscenza. Meglio, per offrire uno stimolo a chi conosce la materia meglio di me: è possibile che, nel sistema giudiziario americano, esista qualcosa di assimilabile al concetto di "concorso dell’extraneus"? Perché per ora mi rifiuto di pensare che il giudice americano abbia potuto mandare in galera Judith Miller senza avere lo straccio di una pezza d’appoggio (più o meno contestabile che fosse).

Ultima – e breve – osservazione a uno dei post che ho citato, laddove Luca Sofri scrive: "Una cosa che bisogna capire è che né Miller né Cooper sono accusati di niente, se non di reticenza nel fare il nome della loro fonte." Posto, per chi non lo sapesse, che Matt Cooper è un giornalista del Time che era stato incriminato insieme alla Miller, ma che ha però accettato di testimoniare davanti al grand jury che gli aveva chiesto il nome di chi gli aveva fornito le informazioni, mi resta da dire che la reticenza nel fare il nome della fonte – pur temperata nel caso dei giornalisti dalla norma sul segreto professionale di cui ho già parlato – è punita anche dal codice penale italiano: l’articolo 371 bis, sulle false informazioni al pubblico ministero, dice che "chiunque (…) rende dichiarazioni false ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, è punito" eccetera eccetera. Per quanto riguarda la parentesi in cui si afferma che Miller e Cooper non hanno rivelato un bel niente, perché non hanno scritto niente sulla Plame (rectius: la Miller non lo ha fatto, Cooper sì), contrariamente a Novak, ringrazio Sofri per averlo riferito ai mass media italiani. Molto modestamente questo blog, nel post già citato due volte sulla Miller, lo aveva già scritto.

Chissà se qualcuno è arrivato fin qui senza addormentarsi (e un altro grazie a Luca per avermi dato il via. Il problema è che spesso non riesco a fermarmi in tempo).

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

09/07/2005 a 3:03 am

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5 Risposte

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  1. Sono sopravvissuto senza molta fatica devo dire, ho trovato il post corretto e interessante. Un tempo avrei saputo dare una risposta a molti dei quesiti che poni ma, sai bene che dopo il 9/11 il diritto americano è stato stravolto. La sicurezza nazionale sta al di sopra di tutto, anche i principi fondamentali della costituzione vengono scavalcati se è necessario, non vorrei essere nei panni ne di un funzionario, ne di un giornalista che dovessero rivelare informazioni che possano mettere in pericolo il popolo americano.

    otimaster

    09/07/2005 at 11:23 am

  2. Credo che questo tipo di rivelazione, alla base della richiesta di citare la fonte, sia piuttosto da configurare come rivelazione di segreti di Stato, che è un reato anche da noi. Punito fra l’altro con pene abbastanza dure: mi pare che fu Craxi a inasprire le sanzioni.
    Correggimi, se sbaglio.

    Cips

    09/07/2005 at 5:13 pm

  3. Non ricordo se fu il governo Craxi a proporre inasprimenti di sanzioni e oggi non vorrei fare questa ricerca, vorrei dedicarmi un po’ di più a mia moglie, visto che è il suo compleanno; sorry… 🙂
    Poche righe solo per dirti che il mio paragone con la rivelazione di segreto d’ufficio non nasceva dalla ricerca di un’analogia assoluta con il reato che sarebbe stato commesso da chi ha passato informazioni alla Miller, a Cooper e a Novak, bensì dalla ricerca di un reato proprio del pubblico ufficiale che potesse essere commesso – in concorso non necessario, come invece è la corruzione – anche da chi pubblico ufficiale non è.
    Per il resto il tuo paragone è interessante: gli articoli 256 e 261 del codice penale, quelli sul procacciamento e sulla rivelazione dei segreti di Stato, sembrano perfino sdoppiare la fattispecie di reato sotto il profilo dell’autore del delitto: il 256 punisce il privato che si procura quei segreti (o il pubblico ufficiale che li ottiene da un ufficio diverso dal suo), il 261 il pubblico ufficiale che li rivela. Ma, ripeto, è soltanto una prima lettura superficiale, bisognosa di approfondimento.

    Carlo Felice

    10/07/2005 at 10:09 am

  4. Dico anch’io la mia.
    In quanto reati cd. ‘comuni’, perchè il destinatario del precetto è “chiunque”, non si pone il problema, per gli artt. 256 e 261 c.p., se il giornalista concorra o meno col pubblico ufficiale, e come si debba qualificare il suo concorso, o se si debba intendere come extraneus oppure intraneus. Non v’è dunque uno sdoppiamento del reato in base alla qualifica soggettiva del reo, ma vi è solo una differenziazione in ordine alla condotta: l’art. 256 c.p. incrimina chi si ‘procura’ le notizie che debbono restare segrete, cioè compie una azione positiva, attiva, diretta all’apprensione della notizia. L’art. 261 c.p. invece punisce la ‘divulgazione’ della notizia segreta, cioè la sua comunicazione, al di fuori dell’ambito di segretezza a cui è destinata, o la sua pubblicazione, cioè diffusione indistinta. Avendo condotte diverse, i due reati possono entrare in concorso materiale. Se peraltro il giornalista non pone in essere l’attività positiva di ‘procurarsi’ la notizia segreta, e dunque ad esempio non la attivamente procaccia ma la passivamente riceve, può solo contestatrsi – secondo me – l’art. 261 c.p..

    MB

    11/07/2005 at 10:25 am

  5. Grazie per il chiarimento.
    Spero che il fatto che fosse domenica e, contemporaneamente, il compleanno di mia moglie possano indurre il giudice a concedermi almeno le attenuanti generiche per l’errore.

    Carlo Felice

    11/07/2005 at 11:03 am


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