Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Le dita sulle piaghe dei giornalisti

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Lo spunto mi viene da un amico avvocato che mi ha scritto privatamente un commento sull’entry che parla del segreto professionale dei giornalisti in Europa: "Nonostante io sia un avvocato, seppur di provincia, credo che a volte si dia troppa importanza ai commi.
Sulla libertà d’espressione  va bene – e basta a sé stesso – l’art. 21 Cost., e quando ai doveri professionali di custodire la fonte questa è la legittima contromisura all’ingerenza intimidatoria dei poteri verso l’attività d’espressione del giornalista.
Non dimentichiamo che – infatti – se la notizia è una bufala sarà il giornalista a pagare, perché in via generale ha abusato di un suo diritto costituzionalmente garantito: dunque non ha importanza chi sia la fonte, perché alla fine la firma sotto l’articolo c’è sempre (e se non c’è il sistema individua comunque il responsabile).
Il problema – cambiando argomento – semmai è un altro: il sistema di autotutela ed autoregolamento dei giornalisti, funziona contro le prestazioni professionalmente scorrette?".
In poche righe ha messo il dito sulla piaga. Anzi, le dita sulle piaghe.

Non voglio indossare troppo presto il cilicio e so benissimo che molte altre professioni (compresa quella degli avvocati) potrebbero prestarsi a critiche analoghe, ma qui si parla di noi giornalisti, poffarbacco, non andiamo fuori tema (ammetto poi che non seguo con particolare interesse i siti e i blog di ingegneri e consulenti del lavoro). Il richiamo all’articolo 21 della Costituzione (che Franco Abruzzo vorrebbe ampliare) è essenziale perché da quelle righe derivano tutte le altre norme che assegnano ai giornalisti nell’esercizio della loro professione alcuni diritti che altri cittadini non hanno. Ma anche alcuni doveri, che alcuni giornalisti dimenticano, qualche volta in malafede, più spesso per impreparazione e per incapacità di comprendere l’importanza del loro lavoro. E infatti scrive l’amico avvocato: "se la notizia è una bufala sarà il giornalista a pagare, perché in via generale ha abusato di un suo diritto costituzionalmente garantito". Non è vero – e questo comunque lo sai anche tu, Mauro… – il giornalista in Italia non paga quando abusa di un suo diritto costituzionalmente garantito. Il problema maggiore è che, quando sbaglia, piuttosto di pensare che la mancata correzione è un abuso di quel diritto, fa spallucce, seguito spesso a ruota (o addirittura qualche volta preceduto) dal suo direttore: "Mica possiamo smentirci il giorno dopo, facciamo finta di niente". Mauro (ormai ti ho scoperto, ho disvelato la mia fonte, ma era tutt’altro che una fonte confidenziale e segreta) parla da esperto di diritto dell’informazione; io, pur comprendendo quello che ha scritto, posso raccontare ciò che più di una volta ho visto e sentito in una redazione.

Concludo questa parte con un esempio vecchio ma sempre valido: Maurizio Mosca un giorno firmò sulla Gazzetta dello Sport un’intervista di un’intera pagina a Zico, il famoso calciatore brasiliano che sta arrivando (o era appena arrivato) a Udine. Dopo qualche tempo lo stesso Zico rivelò che con Mosca non aveva mai parlato e il giornalista praticamente ammise di aver messo insieme pezzi di interviste passate. Mosca fu cacciato dalla Gazzetta (o lasciò volontariamente il giornale, non ricordo bene), tuttavia quell’episodio, invece che segnare la sua fine professionale, fu l’inizio della sua fortuna, come può verificare chiunque abbia occasione di tanto in tanto di seguire sulle reti televisive nazionali alcune trasmissioni che parlano di calcio. Anche Jayson Blair, tanto per fare il più recente e famoso caso americano di giornalista che aveva inventato qualcosa (ma non nei termini di Mosca) ed era stato cacciato dal New York Times, adesso sta ricominciando; però, da quanto vedo su questo sito, con un po’ più di umiltà.

C’è poi l’altro problema posto da Mauro: "Il sistema di autotutela ed autoregolamento dei giornalisti, funziona contro le prestazioni professionalmente scorrette?". La risposta è che, nella maggior parte dei casi, non funziona.

Senza prendere il caso clamoroso di Mosca e per restare nel mondo della quotidianità chiariamo una cosa: per correggere un errore la strada maestra sarebbe quella della rubrica di "corrections", diffusa e letta nei mass media di lingua inglese ma sconosciuta in Italia. Da noi resta la richiesta di rettifica, che è diversa a seconda che la notizia ritenuta inesatta sia stata divulgata con il mezzo della stampa o con quello della televisione (potrei introdurre la complicazione delle testate online, ma per ora non lo farò, se volete, tanto per cominciare, potete leggere questo "Abruzzo doc"). Infatti, come chiarisce bene un articolo sul sito della Giuffrè, per poter avere la rettifica alla radio o in televisione è necessario che l’errore sia oggettivo, mentre per poterla ottenere sulla carta stampata è sufficiente che sia soggettivo, ossia ritenuto tale dalla persona che la chiede. Ma il giornale o la tv possono non ottemperare e, a quel punto, può partire un procedimento in Tribunale. I tempi fissati, pur abbastanza brevi, diventano comunque troppo lunghi per poter avere una giusta ed efficace riparazione dell’errore.

Questo per quanto riguarda le rettifiche. Ma quando Mauro parla di autotutela e autoregolamento forse allude di più all’Ordine dei giornalisti che ha, fra le sue competenze principali, quelle di assicurare il rispetto della correttezza dell’informazione. Davvero non so se dipenda dal modo in cui il Consiglio dell’Ordine viene eletto, dalla volontà dei vari componenti o dalla debolezza intrinseca che hanno alcuni esponenti di una categoria che devono giudicarne altri della medesima categoria. Fatto sta che – attendo rettifiche che saranno prontamente pubblicate – i provvedimenti disciplinari che riguardano "prestazioni professionalmente scorrette" mi sembrano una minoranza rispetto agli altri. Dovrebbe voler dire che i giornalisti italiani sono accurati, molto più accurati di quelli inglesi o americani. Mi spiace dover osservare che, genericamente parlando, purtroppo questo non è vero.

Non sarò troppo lungo da qui alla fine e prenderò semplicemente il caso della Carta di Treviso, quella che, insieme ad altre norme, tutela i minori. Ho già esaminato la situazione italiana in un altro articolo, che mi era stato chiesto da un sito trevigiano. Qui mi limito a osservare che poco importa se altri Stati, dagli Usa in giù, non hanno un medesimo sistema di protezione dei minori: se la Carta di Treviso e altre norme deontologiche vengono ritenute inadeguate ai tempi devono essere cambiate o abolite; fino a quel momento, però, il Tribunale deputato ad applicarle deve farlo. Conosco molti magistrati che considerano la legge Bossi-Fini come un inutile appesantimento del loro carico di lavoro, ma questo non evita che affrontino i casi che vengono portati davanti a loro. In Italia, invece, può accadere (è accaduto) che un consigliere dell’Ordine legga una segnalazione di una o più violazioni della Carta di Treviso e non apra neppure un procedimento disciplinare. Ripeto, senza scandalo alcuno: si modifichino o si eliminino quelle norme ma, fino ad allora, si puniscano tutti o quasi i giornalisti che hanno scritto sul caso di Cogne e sul primo figlio di Anna Maria Franzoni o sui recenti casi di Unabomber, intervistando con nome e cognome la mamma di bambine ferite. Soltanto per fare due esempi.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

14/07/2005 a 6:09 pm

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2 Risposte

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  1. Non sono certo un profondo conoscitore della situazione disciplinare ‘interna’ dei giornalisti, ma osservo che, in via generale, se una categoria professionale, qualunque essa sia, non è in grado di poter concretamente intervenire con efficacia, per tramite dei suoi organismi rappresentativi di autocontrollo, nei confronti di iscritti che non rispettino le regole, potrebbe anche capitare che sia ad un certo punto il sistema legislativo o giudiziario a trovare nel tempo il modo di surrogarsi, avendo come fine la tutela delle legittime aspettative sociali ad una corretta prestazione da parte degli iscritti di quella determinata categoria professionale.
    Guardate ad esempio all’esperienza nel mondo anglosassone e in particolare negli Stati Uniti, applicabile anche al mitizzato, potentissimo, seguitissimo mondo del giornalismo americano. Premesso che il sistema dei risarcimenti lì è diverso che da noi, perchè prevede, in aggiunta al risarcimento del danno patrimoniale (compensatory damage) e morale (damages for pain and suffering), anche la possibilità di un risarcimento dal sapore ‘punitivo’, una sorta di ‘sanzione civile’ (punitive damages), che da noi non esiste, ebbene questa voce di danno può essere davvero devastante in termini economici, e per questo particolarmente temuta. Attraverso l’innesto di un sistema punitivo di stampo penale nel dirito civile, si è dunque giunti ad un metodo per fornire alla libertà di stampa un efficace bilanciamento contro i suoi aspetti patologici.
    Mi è parso, a livello di sensazione, che qualcosa del genere sia accaduto anche da noi. Ricorderete che in Italia, a seguito di ‘mani pulite, vi furono numerose condanne per diffamazione con risarcimenti (e ricordo quelle in particolare a favore dei magistrati) certamente salate rispetto al tradizionale trend risarcitorio (mi si obietterà, a fronte di tale esempio, che potrebbe considerarsi anomalo che un giudice stabilisca un danno patito da un suo collega, e a fronte di tale obiezione devo allargare le braccia perchè non vedo alternativa).
    Guardate poi quale tipo di modifiche stanno maturando in ordine al sistema di autogoverno dei magistrati, proposto dal potere esecutivo di fronte a talune posizioni comportamentali dei magistrati e alle conseguenti (non) decisioni del C.S.M. (cercando anche di vedere il problema senza le implicazioni politiche).
    Guardate poi cosa è accaduto nell’ambito della responsabilità medica, dove da tempo, a prescindere dalle determinazioni dell’Ordine di competenza, si assiste alla caduta di ogni remora e alla rincorsa alla denuncia penale e alla causa civile per qualsivoglia aspetto di insoddisfazione per il paziente (o per i suoi eredi), e di conseguenza non si contano le sentenze che stabiliscono cosa il medico deve o non deve fare, o come si deve comportare in determinati casi. Secondo voi le attuali indicazioni precrittive adottate negli ospedali per raccogliere il consenso informato del cliente, sono frutto di elaborazioni endogene alla professione medica oppure di infiltrazioni esogene, perchè legate alla comparazione delle decisioni giurisprudenziali ?
    Il fatto è che – e non vorrei che qui il discorso ci portasse forse fuori dal seminato – se pensiamo che in Europa ed anche in Italia si preme per una liberalizzazione delle professioni, e per una maggior concorrenza anche sotto tale profilo, occorrerà anche ripensare al ruolo e ai poteri degli organismi rappresentativi delle professioni, perchè in difetto potremmo assistere ad un loro graduale svuotamento e perdita di significato.
    Mauro

    Mauro

    15/07/2005 at 5:55 pm

  2. Hai cercato di farmi concorrenza per la lunghezza, eh?
    Scherzo, il tuo intervento è stato molto puntuale e, come accade spesso alle persone intelligenti che dall’esterno guardano una vasca di pesci, spesso vedono meglio di chi nella vasca sta nuotando. Credo che a pochi giornalisti, per ora, sia venuto in mente il rischio (concreto) che può correre la loro professione e che hai ben esemplificato, anche con il paragone con quella medica (oltre che con la spiegazione del modello risarcitorio americano).
    Finora stiamo alzando alti e spesso giusti – lai contro chi vuole comprimere certi diritti dell’informazione e di chi informa. Abbiamo probabilmente un po’ meno di sensibilità (ma penso che questo avvenga, e so di generalizzare un po’, in molte professioni) per i doveri connessi a quei diritti.

    Carlo Felice

    15/07/2005 at 6:13 pm


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