Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Deontologia, lettera all’Ordine

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Chiedo scusa preventivamente al collega dell’Ansa di Venezia, perché il suo è soltanto uno dei tanti esempi che si potrebbero fare in questi mesi. Ma dovevo pur prendere un esempio, dal momento che non mi è possibile ricostruire una rassegna stampa completa (che comprenderebbe comunque numerose testate, nazionali e locali). Gli chiedo scusa ma devo segnalare all’Ordine dei giornalisti del Veneto un lancio da lui firmato il 9 luglio 2005 alle 20.56 in cui viene intervistato, con nome e cognome, il padre di una persona minorenne vittima di un reato (con citazione anche del nome di battesimo della persona minorenne) in relazione all’ultimo attentato (fallito) di Unabomber (l’ordigno messo su una bicicletta a Portogruaro). Non riporterò ovviamente su questo blog il testo del lancio di agenzia, per non incorrere nelle stesse violazioni. Chiedo, invece, che l’Ordine proceda per la violazione della Carta dei doveri del giornalista, documento fondamentale di deontologia, laddove prescrive che il giornalista "non pubblica il nome o qualsiasi elemento che possa condurre all’identificazione dei minori coinvolti in casi di cronaca".

E non solo.

Risulta infatti violata anche la Carta di Treviso, considerata un allegato alla Carta dei doveri, per esempio nel punto in cui afferma: "il rispetto per la Persona del minore, sia come soggetto agente, sia come vittima di un reato, richiede il mantenimento dell’anonimato nei suoi confronti, il che implica la rinuncia a pubblicare elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla sua identificazione". Aggiungo anche l’articolo 7 del Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica ("1. Al fine di tutelarne la personalità, il giornalista non pubblica i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca, né fornisce particolari in grado di condurre alla loro identificazione.
2. La tutela della personalità del minore si estende, tenuto conto della qualità della notizia e delle sue componenti, ai fatti che non siano specificamente reati") e l’articolo 114 del codice di procedura penale (non di quello di procedura penale per i minorenni, come avevo erroneamente scritto qui, visto che quello per i minorenni cita una norma simile all’articolo 13). Afferma il sesto comme dell’articolo 114 c.p.p.. "È vietata la pubblicazione delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiate dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni", a meno che la pubblicazione non sia esplicitamente consentita dal Tribunale per i minorenni o dal minorenne stesso che abbia compiuto i 16 anni (nessuna delle due condizioni si applica al caso in questione). Non si tratta di una norma procedurale priva di sanzione, perché all’articolo 115 del codice di procedura penale è scritto esplicitamente: "Salve le sanzioni previste dalla legge penale (684 c.p.), la violazione del divieto di pubblicazione previsto dagli artt. 114 e 329 comma 3 lett. b) costituisce illecito disciplinare quando il fatto è commesso (…) da persone esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato" (il giornalista professionista rientra in questa categoria).

So di essere stato un po’ pesante e forse un po’ troppo serio, ma l’argomento non si presta a molti divertissement. Ora comunque la filippica è finita. Per senso di giustizia spero che l’Ordine dei giornalisti del Veneto (e altri Ordini regionali, nel caso in cui qualche membro del consiglio avesse a leggere questa entry) verifichi, nei servizi giornalistici sul caso di Unabomber e su altri casi che hanno coinvolto minorenni, la posizione di molti giornalisti che hanno scritto articoli (o mandato in onda servizi televisivi) che contenevano a mio parere violazioni simili a quelle contestabili al collega dell’Ansa. E non sono pochi, ahimé, come ho fatto presente in un mio precedente articolo, la cui parte finale era dedicata alla Carta di Treviso.

Ci si potrà sbizzarrire e discutere all’infinito sulla bontà delle norme che ho richiamato e sulla capacità effettiva che hanno di proteggere la crescita del minorenne (a volte ho avuto qualche dubbio anch’io), ma una cosa è discutere su quali siano le norme migliori per raggiungere l’obiettivo e una cosa applicare, come impone la legge (cum grano salis, non discuto), le norme esistenti. Si tratta di due momenti diversi, confonderli sarebbe dannoso per tutti. I giornalisti, torno a citare un’e-mail di Mauro di cui ho già parlato, se vogliono proteggersi nel modo più efficace dagli attacchi esterni devono esssere in grado comunque di rispondere sì (o "quasi sempre") alla domanda: "Il sistema di autotutela ed autoregolamento dei giornalisti, funziona contro le prestazioni professionalmente scorrette?". E per prestazioni professionalmente scorrette non si intendono le condotte criminali, ché per quelle ci sono il codice penale e altre leggi, si intendono le condotte che non violano alcuna legge dello Stato ma sono considerate in questo momento violazioni del giusto codice di comportamento di un professionista. Solo tutelandoci in questo modo avremo la possibilità (noi giornalisti ma anche avvocati, ingegneri, architetti, medici, eccetera eccetera) di rispondere all’accusa di esssere soltanto una casta privilegiata.

Vi ringrazio per l’attenzione e chiedo all’Ordine di essere informato (se si riterrà opportuno applicare per analogia l’articolo 408 del codice di procedura penale) nel caso di una richiesta motivata di archiviazione del procedimento.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

18/07/2005 a 3:49 pm

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3 Risposte

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  1. Devo ammettere che ti ammiro per la tenacia con cui porti avanti questa battaglia, non sto scherzando. Ma sono anche convinto che non arriverai a nessun risultato. Anche se l’Ordine si dovesse pronunciare condannando il collega in questione, il malvezzo continuerà perchè nessun caposervizio, caporedattore o direttore si vorrà fare sfuggire l’occasione di pubblicare qualcosa in più della concorrenza, in barba a tutte le regole deontologiche. E poi ci chiediamo perchè la gente ha una così bassa considerazione della nostra categoria…

    paolo

    19/07/2005 at 1:11 am

  2. Credo sia come nel calcio o in altri sport: nella pallavolo o nel rugby se un giocatore (che non sia il capitano) protesta oltre un certo limite rischia di essere cacciato, nel calcio gli arbitri e gli assistenti si fanno anche mandare a quel paese da certi giocatori. Dicono che bisogna capire il momento e la tensione dei giocatori. La conclusione è che nel calcio la colpa è sì dei giocatori che non si sanno comportare in modo sportivo, ma è soprattutto degli arbitri che non sempre sanno farsi rispettare.

    Carlo Felice

    19/07/2005 at 3:12 am

  3. Il caso in questione è certamente significativo.
    Un pò meno, solo perchè non v’è un minore di mezzo, ma secondo me sempre più diffusa è invece l’abitudine – e qui devio verso un argomento differente, ma che mi occupa in questo momento e mi spinge a parlarne – che spesso mi capita di constatare:la stumentalizzazione della stampa da parte di singoli o gruppi di persone che, per i più svariati interessi, intendono supportare una loro personale battaglia contro un altro singolo o gruppo, ricorrendo alla carta stampata.
    Il che avviene di solito senza esclusione di colpi, nel senso che i giornalisti più accorti non si spingono troppo oltre il diritto di cronaca, altri non si esimono dal riportare offese gratuite e contumelie dell’intervistato verso l’oggetto del suo personale rancore.
    E non sto parlando di persone ‘affette’ da notorietà, il che abbassa sin quasi ad eliderli i limiti contenitivi del diritto d’opinione (e quindi v’è interesse pubblico a che la notizia/intervista sia resa), ma tra perfetti sconosciuti, cioè tra persone normali, che ottengono meteoritica notorietà – a tutto concedere – solo dopo che l’intervista è stata resa.
    Simili situazioni sempre più spesso le riscontro nelle pagine di cronaca locale, dove le beghe di bottega hanno sovente rilievo.
    Il punto anche è che ritenuta degna di pubblicaizone una certa notizia o intervista,che getta discredito o propone accuse verso un terzo, non è infrequente che a questo terzo non si dia possibilità di replica, o che il giornalista stesso approfondisca i dati oggettivi, col chè si ottiene l’effetto di non dare – a mio avviso – una informazione leale, come prescrive anche la vostra carta dei doveri.
    Forse è una mia impressione, ma mi pare in definitiva, che sempre più spesso capiti che il giornale diventi il megafono di qualcuno, con buona pace dell’esercizio giornalistico in forma professionale (e dunque leale, critico, rispettoso della verità sostanziale….)che assume posizioni del tutto passive.

    Mauro

    20/07/2005 at 7:55 pm


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