Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Ho un morto più di te

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La prima esperienza cosciente di quello che sto per raccontare l’ebbi nel giugno del 1989, quando il Gazzettino, che pure aveva un inviato a Pechino, titolò a nove colonne (allora erano nove) che in piazza Tian An Men c’erano stati 30.000 morti (il triplo delle peggiori stime degli altri giornali). Giovane e inesperto giornalista, me lo spiegai con un errore, un errore nel quale può incorrere chiunque cerchi di lavorare e debba coniugare, come il giornalista, velocità e precisione. Non so se sia l’età, l’esperienza o la disillusione, ma ora quell’involontario errore non mi appare più tale. Ora quella fra i giornali (e le televisioni) mi appare sempre più come una gara ad avere (almeno) un morto più del concorrente, a non restare indietro: tanto c’è sempre tempo per correggere al ribasso. E gli esempi sono tanti, troppi.

Partiamo da ieri, dai morti sull’Atr caduto in mare vicino a Palermo. Per Corriere.it a metà pomeriggio erano 19, poi sono scesi a 16, stamattina sono diventati 13 e 3 dispersi. La Tribuna di Treviso è un esempio ancora più paradossale: il titolo di apertura di oggi è: “Aereo in mare, 16 morti”; l’inizio dell’articolo sotto questo titolo è, testualmente: “Tredici morti, tre dispersi, ventitrè passeggeri in salvo anche se feriti”.

Un passo indietro. Londra, 7 luglio. La sera sento parlare di poche decine di vittime accertate ma negli articoli si dice che, secondo non meglio precisate fonti ospedaliere o di polizia, i morti sono almeno 70-80. E c’è anche chi si azzarda a salire con il numero. Sui giornali italiani c’è perfino chi stigmatizza l’atteggiamento dei mass-media inglesi, ritenuti troppo prudenti, troppo legati alla verità ufficiale. Vado ora sul Guardian e scopro che i morti sono stati 51.

E l’11 settembre 2001? Nel memorial dedicato alle vittime dalla Cnn c’è scritto che quel giorno “four U.S. planes hijacked by terrorists crashed into the World Trade Center, the Pentagon and a field in Pennsylvania killing nearly 3,000 people in a matter of hours”. Tutti ricordiamo con emozione quel giorno e tutti ricordiamo che i mass media (compresi quegli americani) erano partiti da cifre ben superiori (almeno il doppio).

Troppe coincidenze per parlare di semplici involontari errori. Ho la sensazione (e qualche conferma) che talvolta la frenesia della concorrenza porti a esagerare. Il capo moderno (ovviamente ci sono le eccezioni) è quello che pensa: “Scriviamo 20 morti, spariamola grossa, così i lettori domani compreranno noi al posto degli altri, perché avranno la sensazione che noi siamo più completi e più aggiornati. Se i morti sono 15, lo scriveremo il giorno dopo”. Con tanti saluti alla credibilità.

Ci sarebbe anche da parlare della memoria corta dei lettori, che raramente “puniscono” questi comportamenti e del fatto che l’Italia ha, fra i Paesi occidentali, uno dei più bassi indici di lettura dei quotidiani. Un’altra volta.

AGGIORNAMENTO DELL’8 AGOSTO ALLE 2.45. Un amico mi segnala che il 28 luglio, nella rubrica delle lettere al direttore di Repubblica.it, era apparsa questa lettera con successiva risposta di Vittorio Zucconi.

UNO, NESSUNO, CENTOMILA

Caro direttore,
Giovedì 7 luglio, ore 11am di Londra (12am in Italia). L’edizione online di Repubblica titola a pieno schermo “50 morti alla stazione di Euston”. Avevo appena visto il bus aperto come una scatola di tonno a Tavistock Sq, ero nel mio ufficio a pochi metri da Euston e praticamente nessuno era in ufficio a quell’ora. Mi sono precipitato per strada in mezzo a sirene elicotteri e polizia per vedere cosa fosse successo a Euston. Niente, non era successo niente di niente a Euston, nè il 7 nè il 21 di luglio. Dove avete trovato questa notizia? E i 150 morti che alle 12 UK davate per certi, dove li avete trovati? Avete incluso le mamme italiane morte di infarto pensando ai figli che lavorano a Londra? Non mi dica che c’era confusione e quant’altro, “a tutto c’è un limite”. Cercate almeno di evitare notizie
false, cercate di verificare minimamente le fonti.
Saluti,
Franco Raimondi
Regno Unito

Lei ha assolutamente ragione. L’imperativo delle “breaking news” e “running updates”, aggiornamenti continui, creato da Internet e dalle reti TV di notizie 24/24 ha aggravato il nostro vizio di rincorrere voci e notizie non sempre verificabili, e la evasiva reticenza delle “fonti ufficiali” che all’inizio sempre minimizzano per non turbare il popolo fingendo di preoccuparsi delle mamme (vedi il caso degli Italiani a Sharm el-Sheikh e la figura da caciottari fatta dalla Farnesina) non ci aiuta a guarire.

Zucconi ha ragione parzialmente. Non voglio generalizzare perché, come nel caso delle Torri gemelle, anche gli americani hanno perso le briglie delle notizie, però normalmente le breaking news americane sono un passo più indietro rispetto a quelle italiane. Non perché quelle tv o quei siti internet abbiano giornalisti meno bravi, bensì perché, solitamente, scrivono soltanto ciò che hanno accertato. E non sarebbe stato male se Zucconi avesse evitato di indicare la evasiva reticenza delle “fonti ufficiali” come concausa, direbbero i giuristi, di una malattia soltanto giornalistica.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

07/08/2005 a 8:48 pm

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7 Risposte

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  1. Se il “grande inviato a Tien An Men era Adriano Màdaro, te saluto…

    Cips

    09/08/2005 at 12:29 pm

  2. Dov’è scritto “grande inviato”? Quel giorno, se non ricordo male, era piuttosto un “inviato casuale”, nel senso che era andato in Cina non inviato dal giornale ma per motivi personali.

    Carlo Felice

    09/08/2005 at 4:05 pm

  3. Carlo Felice Dalla Pasqua non è che ricordi male ma proprio non sa: ad inviarmi a Pechino nel 1989 per i fatti di Tien Anmen fu il direttore del Gazzettino Giorgio Lago, tant’è che i miei oltre 80 articoli dettati al giornale iniziano con “dal nostro inviato” e il 4 giugno sulle locandine affisse nelle edicole di tutto il Triveneto si leggeva “il nostro inviato a Pechino racconta”. Ho letto questa piccola meschinità “professionale” soltanto oggi 18 dicembre 2008 per caso. Quanto al “signor Cips” farebbe bene a qualificarsi con nome e cognome.

    Adriano Màdaro

    18/12/2008 at 4:28 pm

  4. Ho letto e riletto il mio post ma non ho trovato alcun accenno a ciò che il signor Madaro mi rimprovera. Evidentemente nella foga ha attribuito a me le colpe di altri: nessun problema, mi prendo la responsabilità di tutto se questo contribuisce a farlo star meglio. Una precisazione (per i giornalisti più che per i normali lettori): il signor Madaro non aveva la qualifica di inviato, ma era stato soltanto un “inviato occasionale”. Non ricordo se fosse stato Lago a inviarlo in Cina o se lui si trovasse già lì per altri motivi, per cui prendo per buona la sua versione.
    Soltanto un consiglio: prima di parlare di “meschinità professionale”, la prossima volta ci pensi due volte: sa com’è, se uno non ha molto senso dell’ironia potrebbe anche offendersi…
    Certo che sarebbe stato un bene se il signor Madaro avesse approfittato di questa occasione per chiarire a tutti, compresi i lettori del Gazzettino di adesso e di allora, come nacque la storia dei 30mila morti e se ci dicesse una volta per tutte se aveva ragione o se commise un umanissimo errore (può capitare a tutti). Peccato, sarà per un’altra volta.

  5. All’epoca ero un dipendente del Gazzettino, giornalista professionista, e ribadisco che ad inviarmi a Pechino fu Giorgio Lago. Quanto al famigerato titolo io stesso me ne dolsi il giorno successivo con il Capo Redattore Maurizio Refini che era di servizio la notte del 3/4 giugno 1989 e che ne era l’autore. Io infatti scrissi che era impossibile poter riferire a caldo quante fossero le vittime di quella notte. Scrissi che secondo fonti diplomatiche occidentali erano probabilmente 7.000, secondo altre (giornalisti dei Peasi dell’Est) 12.000, secondo un portavoce del Movimento studentesco “addirittura 30.000” e aggiunsi che era una cifra difficile da credere. Il Capo Redattore scelse quest’ultima cifra per fare il titolo. Quanto a “meschinità professionali” non mi riferivo certamente al caro amico Dalla Pasqua, che stimo e ho sempre stimato, ma all’anonimo “Cips”.

    Adriano Màdaro

    18/12/2008 at 4:56 pm

  6. Sono felice (di nome e di fatto) che tutto si sia chiarito 🙂

  7. Immagina quanto sia felice io dopo 19 anni. Grazie a te ho potuto chiarire pubblicamente un passaggio professionale che mi stava a cuore ma sul quale di mia iniziativa non sarei tornato perchè era un “incidente” del quale si era reso responsabile un Capo Redattore che mi è stato fraterno amico.

    Adriano Màdaro

    18/12/2008 at 5:04 pm


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