Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Una speranza chiamata Équipe

with 2 comments

Nel buio s’intravede qualche luce. C’è ancora qualcuno (più di qualcuno) a cui piace fare il giornalista sul serio (e ha la fortuna di trovare un direttore che glielo fa fare). L’Équipe, per esempio, pare aver fatto davvero un bel lavoro con l’inchiesta sul doping di Lance Armstrong nel 1999, a cui hanno dedicato molto spazio anche i media americani. Armstrong non ha detto che i dati dell’Équipe sono falsi, ma che «unfortunately, the witch hunt continues and tomorrow’s article is nothing short of tabloid journalism». Ossia: continua la caccia alle streghe e questo è soltanto giornalismo scandalistico; neppure una parola dedicata alla contestazione del fatti (nelle sue quattro pagine l’Équipe ha presentato anche la riproduzione di alcuni documenti delle analisi sulle urine di Armstrong, nelle quali sarebbero state trovate tracce di Epo). Con le cautele del caso questo è un bell’esempio di giornalismo, non quello che, per risparmiare (sui costi e sui tempi ma anche sulla credibilità), riempie sempre più spesso la carta di comunicati stampa. Chapeau.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

24/08/2005 a 3:26 am

Pubblicato su Uncategorized

2 Risposte

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  1. Non sono mica tanto d’accordo. Secondo me l’Equipe non ha dimostrato tutto questo gran coraggio. chissà come mai queste prove sono saltate fuori solo adesso, dopo il ritiro di Armstrong. In un momento quindi in cui non serve più a nessuno, men che meno ai francesi per pubblicizzare e rendere ancora più appetibile il loro tour. L’Equipe ha esaltato il campione americano fino a quando le è convenuto, ovvero fino a quando era necessario farlo per non scalfire il prestigio della corsa. Adesso che è fuori dai giochi, guarda un po’, escono queste famose prove riguardanti il 1999 (se non ricordo male, ma non ho giornali sotto mano e vado a memoria). Ne è passato di tempo…. E in tutti questi anni, in cui nell’ambiente del ciclismo tutti malignavano sul fatto che Armstrong si dopasse, questi grandi giornalisti investigativi dove erano? Per carità, bravi. Ma non parliamo di esempio di giornalismo, piuttosto di convenienza.

    paolo

    25/08/2005 at 1:47 am

  2. Come sai meglio di me, accade talvolta che i giornalisti trovino le notizie che altri lasciano loro trovare (e nonostante questo c’è chi scansa anche quelle che ha di fronte e potrebbe raccogliere senza fatica). È successo perfino con il tanto decantato Watergate: se non ci fosse stato l’interesse di qualcuno, Nixon sarebbe rimasto presidente degli Stati Uniti fino alla scadenza del suo mandato, nonostante la acclarata bravura di Woodward e Bernstein.
    Detto questo, mi restano due considerazioni.
    La prima è che il giornalismo contemporaneo è sempre più incline alla rielaborazione delle veline, dei comunicati, di quello che comunque arriva sotto il naso dei giornalisti, piuttosto che all’inchiesta o all’indagine, che costa sforzo e può anche non produrre i risultati sperati. Prendi un giornale e guarda quanti articoli provengono da comunicati o agenzie e quanti sono frutto dell’iniziativa del giornalista (che deve fare i conti anche con l’organizzazione del quotidiano o della televisione in cui lavora).
    La seconda è che la Gazzetta dello Sport ha avuto per anni sotto il naso (e molto più facilmente verificabili) le prove del doping di Pantani, eppure ha sempre scritto articoli in difesa del ciclista, arrivando anche a esaltarlo. L’Équipe si è comportata in modo diverso, tutto qui. Di questi tempi non è poco, credimi.

    Carlo Felice

    25/08/2005 at 2:08 am


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