Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

L’equivoco del pregiudicato

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Questo capita soprattutto in giornali e televisioni locali, laddove meno spesso i giornalisti di cronaca nera e giudiziaria hanno esperienza e soprattutto competenza, dove l’aspirazione di un ragazzino di belle (o brutte) speranze con una voce impresentabile non è di conoscere la materia che tratta, ma è di essere riconosciuto per strada, nella sua piccola città, da qualcuno che gli dica: “Ti ho visto ieri sera in tv”.
Quello che capita è l’uso a sproposito del termine “pregiudicato”. Se domani i carabinieri o la polizia mi arrestassero (per motivi simili a quelli di Joseph K. nel Processo di Kafka) e organizzassero una conferenza stampa per annunciare di aver finalmente liberato Treviso – che dico, il Veneto o l’Italia interi – da un pericoloso criminale, direbbero che sono un pregiudicato. Eppure non ho alcuna condanna e se andassi in tribunale a chiedere il certificato penale mi restituirebbero un foglio sul quale c’è scritto “nulla”.

La cosa è facile da spiegare: i carabinieri o la polizia “fanno un terminale”, come dicono loro, ossia consultano una banca dati, nella quale sono riportati i procedimenti penali aperti contro qualcuno. E io, in dieci anni di cronaca giudiziaria, pur avendo il certificato penale ancora lindo, mi sono preso qualche querela per diffamazione e sono stato indagato per aver pubblicato atti di procedimenti penali – secondo la Procura arbitrariamente, secondo il giudice legittimamente. Per carabinieri e polizia questo significa essere pregiudicati: lo è chiunque sia stato denunciato, a prescindere dal fatto di essere stato poi assolto o condannato. Si arriva quindi al paradosso che, secondo carabinieri e polizia (ma anche guardia di finanza, vigili urbani, eccetera) esistono “innocenti pregiudicati”. I giornalisti meno preparati, spesso succubi delle forze dell’ordine, che hanno paura di scrivere qualcosa di diverso per non scontentare importanti fonti di informazione, pedissequamente scrivono sui giornali o dicono alla tv ciò che viene riferito loro, senza verificare se la persona arrestata o denunciata sia davvero “pregiudicata”, ossia sia stata in precedenza processata e condannata.

Ho sempre suggerito ai colleghi più giovani di nera e giudiziaria di fare un esperimento, se sono incerti sulla correttezza di ciò che stanno scrivendo: fingere di sostituire il proprio nome a quello della persona dell’articolo. Perché dietro ogni fatto di cronaca, anche una breve di tre righe, c’è la storia di una persona: le sue sofferenze, le sue ambizioni, le sue emozioni, le sue speranze e le sue delusioni. Leggere l’articolo con il proprio nome aiuta a capirlo, aiuta a vedere se si sta esercitando, pur se in modo severo, il diritto di cronaca o se si stanno scrivendo aggettivi e dettagli evitabili o, ancor peggio, sbagliati.

Sia chiaro fin d’ora che, dovessi diventare il nuovo signor K., chiunque oserà associare il mio nome all’aggettivo “pregiudicato” passerà un po’ di tempo con il sottoscritto a spiegare a un giudice perché l’ha fatto e perché non ha verificato se era vero. E sia chiaro che questo accadrà anche all’ufficiale dei carabinieri o al dirigente della polizia che ha dato quella notizia ai giornalisti.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

01/09/2005 a 3:29 am

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