Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Non rettifichi? Ti faccio sospendere

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Lasciamo perdere la coerenza di un governo che, secondo quanto riferisce il Sole 24 Ore del 10 settembre, inserisce la norma come articolo 15 bis nel disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche e ambientali. Dovunque sia contenuta quella norma e fatte salve modifiche da qui al momento delle votazioni in Parlamento, resta una cosa certa: la rettifica a mezzo stampa cambia un po’ il suo volto attuale (a meno che il disegno di legge non sia bocciato). Prendo come punto di riferimento il Sole, che scrive: “Aggiornate le disposizioni in materia di pubblicazione obbligatoria delle rettifiche da parte dei direttori dei giornali. La pubblicazione deve avvenire entro una settimana dalla richiesta, e può essere sollecitata anche dall’autore dell’articolo “incriminato”. In caso di mancata pubblicazione, l’interessato può chiedere l’intervento dell’Ordine dei giornalisti, che può disporre la sospensione dalla professione del giornalista fino a tre mesi”.


Diciamocelo chiaramente: fino ad ora la rettifica non era una cosa seria. Diciamocelo altrettanto chiaramente: se il disegno di legge sarà approvato, la norma diventerà un po’ più severa, ma la rettifica continuerà a non essere una cosa seria. Per essere una cosa seria, infatti, dovrebbe essere analizzata in tutti i suoi aspetti. Invece, in questo caso, assomiglia tanto al capriccio di un ministro (quello delle Comunicazioni Mario Landolfi che, per motivi a me sconosciuti, ha fatto pressioni per l’inserimento di quell’articolo 15 bis, che non c’azzecca nulla con il resto della materia, tanto per essere gentili e cortesi). Ne è uscito il solito pasticcio. Perché è cosa buona e giusta cercare di obbligare i giornali a rispettare finalmente l’articolo 8 della legge sulla stampa, la numero 47 del 1948, così come modificato dalle leggi 416 e 681 del 1981, ma è cosa altrettanto buona e giusta ridefinire la rettifica, sia nel suo concetto sia nel suo obiettivo.
Partiamo, naturalmente, da un presupposto: la rettifica di cui parliamo è quella di una notizia data in modo sbagliato involontariamente, per un errore commesso in buona fede dal giornalista.
Ora la rettifica consiste semplicemente di trenta righe, scritte dalla persona che si è ritenuta vittima di un errore giornalistico o, più spesso, dal suo avvocato. Non è scritto da nessuna parte che quelle trenta righe debbano contenere la verità: per essere obbligato a pubblicarle il direttore deve soltanto accertare che non abbiano un contenuto diffamatorio. Per cui si arriva al paradosso che una persona oggetto di un articolo che racconta la verità può chiedere e ottenere la pubblicazione di trenta righe false, purché queste non offendano l’onore o la reputazione di qualcuno. Fortunatamente si tratta di eventi più che rari, ma sono possibili con la legislazione attuale e rimarrebbero possibili anche se fosse approvata la proposta Landolfi. Vi sfido invece a trovarmi sui giornali una rettifica che rispetti le regole stabilite dalla legge, in particolare quelle sull’evidenza e sulla posizione del testo. Questo, a onor del vero, non soltanto per colpa di una chiusura a riccio di giornalisti spesso (umanamente) incapaci di ammettere di aver sbagliato, ma anche grazie a interpretazioni molto elastiche della Corte di Cassazione, che ha ammesso la validità della rettifica (ricordo a memoria un caso che riguardava Repubblica) pure se il testo era stato pubblicato nella pagina delle lettere.
La proposta Landolfi allunga i tempi della pubblicazione: ora il direttore deve farlo entro “due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta”, la nuova norma lascia una settimana di tempo, stando almeno al testo riferito dal Sole 24 Ore. La proposta Landolfi – e in questo la trovo originalmente positiva – lascia anche al giornalista che ha commesso l’errore la possibilità di chiedere la rettifica al suo direttore. Ma la proposta Landolfi propone anche la possibilità della sospensione dalla professione (per un massimo di tre mesi). Il testo riassunto del Sole parla di una sospensione che può essere inflitta “al giornalista”, ma ritengo (e spero) che nell’originale dell’articolo di legge sia scritto “direttore”, visto che soltanto il direttore può ordinare la pubblicazione o meno della rettifica.
Una punizione eccessiva: non tanto in valore assoluto, quanto relativamente alle sanzioni che sono previste dalla legge principe sulla professione giornalistica, la 69 del 1963. La sospensione, è scritto all’articolo 54, “può essere inflitta nei casi in cui l’iscritto con la sua condotta abbia compromesso la dignità professionale.” Per i casi di “abusi o mancanze di grave entità” è prevista la censura. Nel caso della mancata pubblicazione di una rettifica, e se non si tratta di direttori recidivi, mi pare che la censura possa essere adeguata al metro stabilito dalla legge attuale. A meno che non si voglia rivedere tutto il meccanismo delle sanzioni disciplinari, ma allora bisogna rimettere mano organicamente a una legge di riforma dell’Ordine; sono cose che, però, non si possono fare con l’inserimento di un articolo 15 bis in un disegno di legge che riguarda tutt’altra materia. C’è poi da considerare che, riguardando i direttori, la sanzione della sospensione si presta all’escamotage già inventato da Libero per il caso di Vittorio Feltri: non potendo firmare il giornale da “direttore responsabile” lo fa da “direttore” e basta, lasciando la qualifica formale di “direttore responsabile” ad Alessandro Sallusti (che è un ottimo giornalista e un ottimo capo, lo so per diretta e purtroppo breve esperienza personale, ma non è il vero direttore di Libero). Così potrebbe fare qualunque direttore sospeso per non aver pubblicato una rettifica.
Un cenno a parte merita la questione della rettifica di notizie trasmesse alla radio o alla televisione. Rettifica che non era prevista fino alla legge 223 del 1990, che l’ha introdotta esplicitamente all’articolo 10. Mi auguro che la proposta di Landolfi sia stata resa dal Sole in modo eccessivamente succinto e che invece vada esplicitamente a modificare sia l’articolo 8 della 47 sia il 10 della 223. Altrimenti sarebbe un altro pateracchio e introdurrebbe altre differenze fra i vari mezzi di comunicazione (già ora ve ne sono alcune, prima fra le quali la mancata previsione di sanzioni amministrative per chi non manda in onda rettifiche alla radio o alla tv).
Più che pensare alla sospensione del direttore (sulla quale si può discutere, come abbiamo visto), se al ministro fosse stata davvero a cuore una riforma della rettifica sarebbe dovuto partire dal suo oggetto, che deve riguardare – nell’interesse dei lettori – una notizia non vera e deve contenere – sempre nello stesso interesse – la notizia vera (l’introduzione obbligatoria di un ombudsman, per esempio, sarebbe potuta essere una delle tante soluzioni per arrivare a un obiettivo che non era garantito prima e non verrà garantito neppure domani: la correzione di una notizia sbagliata). Se si fosse voluto davvero intervenire in maniera efficace, poi, sarebbe stato anche necessario pensare a una rettifica che – pubblicata con lo spazio che merita e veramente riparatrice di un errore involontario – elimini alla radice la possibilità per la persona offesa di intraprendere azioni legali.
Per concludere una curiosità: un famoso giornalista fa un po’ di confusione sul concetto di rettifica. Leggete che cosa scrive Bruno Vespa nel suo sito: “Sono stato il primo a dare le rettifiche in televisione. Già nei primi anni ’80 demmo una notizia nei titoli al telegiornale sull’arresto del presidente di una regione; quando questo fu prosciolto diedi anche quell’informazione nei titoli.” Come è evidente, si è trattato di due notizie separate, non della rettifica di una notizia sbagliata.
Non conosco poi la Rai degli anni ’80, ma a me pare abbastanza normale dare – anche con rilievo – la notizia di un’assoluzione, di un proscioglimento o di un’archiviazione, tanto più se si tratta di personaggi famosi che erano già finiti “in prima pagina” al momento della loro incriminazione. Insomma: Vespa di cose buone ne ha fatte parecchie nella sua carriera giornalistica, poteva anche omettere di raccontare un fatto assolutamente normale come questo.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

18/09/2005 a 9:58 am

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