Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Le due facce di chi non sciopera

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Lo sciopero è un diritto, non un dovere, e quindi i colleghi di Libero, del Giornale, del Foglio o della Padania hanno potuto lavorare e mandare in edicola i loro quotidiani anche se la Fnsi (il sindacato dei giornalisti) aveva proclamato due giorni di sciopero. Sono anni che i colleghi di quei giornali (la maggior parte dei colleghi, perché anche in quelle redazioni qualcuno ha scioperato) non aderiscono a uno sciopero nazionale e non spiegano il perché. Nel senso che contestano la Fnsi in generale ma non ci dicono perché non sono d’accordo con i motivi concreti di quella determinata astensione dal lavoro. Per questo, siccome non si tratta della mancata adesione a uno sciopero ma della mancata adesione alla linea della Fnsi e ai suoi obiettivi, gli stessi colleghi dovrebbero trarre una conclusione ovvia: disconoscere anche il contratto che, eventualmente, firmeranno Fnsi e Fieg (la federazione degli editori). Sono invece pronto a scommettere che non andranno a una trattativa autonoma con i propri editori per avere un proprio contratto, come coerentemente dovrebbero fare, ma metteranno in tasca i soldini di aumento che la tanto vituperata Fnsi porterà loro insieme – speriamo – alla difesa di alcuni dei diritti fondamentali della stampa. Quei diritti che, ai giornalisti bravi, sono necessari per raccontare liberamente che cosa accade nei quartieri, nelle città, negli Stati e nel pianeta oltre che per aiutare i cittadini a capire meglio il mondo in cui vivono.

Non mi persuade neppure il Manifesto, che con il Riformista è andato in edicola perché è edito da una cooperativa; non avendo un editore iscritto alla Fieg, ai giornalisti del Manifesto risulta difficile scioperare contro un non avversario. In passato lo hanno fatto, secondo il consolidato principio della solidarietà sindacale. Questa volta no e il direttore Gabriele Polo, pur riconoscendo la differenza di trattamento, non spiega il perché di questa differenza. Almeno non lo fa in questo editoriale uscito sul Manifesto del 30 settembre.

Scioperi
di Gabriele Polo

Strani incroci di destini: ieri un milione e mezzo di metalmeccanici hanno scioperato per il contratto di lavoro. Oggi e domani 40.000 giornalisti scioperano per lo stesso motivo. La parola «contratto» mette l’una accanto all’altra due categorie che non potrebbero essere più diverse: la differenza tra una pressa e un computer è evidente a tutti, come lo è la sensazione che si prova di fronte a quei due strumenti di fatica o le buste paga che ne derivano. Eppure le tante differenze che segnano i lavori del XXI secolo celano alcuni tratti comuni, perché in fondo un metalmeccanico in affitto e un giornalista free lance condividono analoghe incertezze per il proprio futuro, o si arrampicano «insieme» nella speranza che essendo più scaltri del proprio compagno di officina o di redazione il domani gli si spalancherà radioso innanzi. Non è affatto curioso che le ragioni sindacali a monte di questi due scioperi siano le stesse, che Federmeccanica parli lo stesso linguaggio della Fieg. «Proposte salariali ridicole», hanno dichiarato Fim, Fiom, Uilm; «aumenti inaccettabili», ha detto la Fnsi. E anche sul terreno delle condizioni di lavoro i grandi editori di coloratissimi media vogliono le stesse cose dei padroni di grigissime acciaierie: massima flessibilità di inquadramento, orari e prestazioni.

Curioso è, semmai, che i metalmeccanici, per diventare una notizia, debbano occupare i binari di una stazione e i giornalisti per «esistere» devono non far uscire i giornali che quella notizia la sbrigano in dieci righe. Paradossi del mercato: perché da un lato metalmeccanici e giornalisti vivono nello stesso mondo (fanno i conti con lo stesso processo), dall’altro sono divisi e messi l’uno contro l’altro.

Non bastano la crudele legge 30, la «crisi» economica o l’antica divisione sociale del lavoro a spiegare coincidenze e separazioni. Queste sono poco più che «sfondi» o «circostanze», seppur rilevanti; valgono quanto i sacrifici annunciati da Berlusconi, il bonus-nonno o la tassa sul tubo. C’è qualcosa di più profondo, perché quella che Marx chiamava «equivalenza» del lavoro si è oggi trasformata in appiattimento frantumato delle prestazioni e la marxiana riduzione a merce dell’attività umana è mutuata nel tentativo di mercificazione dell’intera esistenza e di tutto il suo habitat. Un annichilimento delle condizioni che produce nuove resistenze e nuove intelligenze, cui dovremmo guardare con fiducia.

Quella con cui facciamo questo giornale da 35 anni, senza un editore. Cosa che ci dà la libertà di non ridurre la condizione del lavoro subordinato in una breve di cronaca o di scegliere di scioperare solo per una scelta di solidarietà con gli altri giornalisti, come abbiamo fatto a giugno. Ma come non faremo oggi e domani, perché sabato e domenica troverete il manifesto in edicola, anche se condividiamo tutte le ragioni che portano gli altri colleghi a non lavorare. E’ la nostra condizione che ci impedisce di farlo, per esistere senza avere padroni: un lusso vitale cui non vogliamo rinunciare.

Torniamo, invece, ai giornali di centrodestra: il direttore della Padania, Gianluigi Paragone, nell’articolo che riporto sotto se la prende con Paolo Serventi Longhi (segretario della Fnsi) ma non dedica neppure una riga ai motivi dello sciopero. Non dice: “cari lettori, la Fnsi fa sciopero per questo, noi non condividiamo quei motivi e vi diciamo il perché”. Sinceramente, da lettore, avrei preferito leggere perché questo sciopero non convinceva Paragone (ma per esprimere un parere sarebbe stato necessario perdere un po’ di tempo per leggere la “piattaforma contrattuale” della Fieg e le repliche della Fnsi); altrettanto sinceramente devo dire che delle sue beghe con Serventi Longhi mi interessa poco (e credo interessi poco anche ai lettori della Padania). Ecco il suo editoriale di ieri.

IL SERVENTOSAURO E LA JURASSIC PRESS
Se c’è una cosa che mi fa veramente ridere è sentirlo difendere i diritti dei giovani colleghi, dei giornalisti in erba penalizzati dalla legge Biagi.
Lui che di anni ne ha quasi sessanta. Lui che declina il giornalismo al passato remoto, un giornalismo che i giovani colleghi (parlo di quelli che fanno informazione nel mondo della piccola editoria: cioè il 90 per cento dei ragazzi…) non hanno mai vissuto.
Lui che fa il sindacalista da una vita e il presidente della federazione nazionale della stampa italiana da oltre dieci anni. Lui che parla tanto dei giovani e a me che sono uno dei più giovani direttori di quotidiani nazionali non si è neanche degnato di mandarmi un biglietto di congratulazioni il giorno del mio insediamento.
Lui che però stringe la signora Sgrena come la madonna del rosario.
Lui che nel giurassico mondo del giornalismo è il Serventosauro, una delle specie più longeve. Lui che di nome fa Paolo Serventi Longhi.
A voi lettori questo nome dice poco e niente perché chi si occupa di politica non ha tempo di scrivere articoli quotidianamente: noi lavoriamo, loro si preoccupano degli affari nostri. O almeno dovrebbero. Già perché gratta gratta, mentre io sto tutto il giorno con i miei colleghi incollato alla sedia per fare il giornalista, il sindacato fa politica. A nome di tutti.
Parla della libertà di stampa in pericolo e poi nel sito della Fnsi, nella rassegna stampa, la Padania non c’è, il Secolo non c’è ma trionfano il Manifesto, Liberazione, l’Unità.
Dice di difendere i giornalisti, il Serventosauro, ma poi non una parola a difesa dei giornalisti della Padania quando vengono sistematicamente e gratuitamente attaccati con l’infame accusa di razzismo. Quando il sindaco albanese di Tirana mi diede del pagliaccio in una trasmissione di Raitre (Primo Piano), Serventi Longhi si guardò bene dal prendere posizione: evidentemente non tutti i giornalisti sono uguali.
Infatti Paolo Guzzanti per lui è «un voltagabbana», Feltri, «un nemico al quale non debbo neanche rispetto, un insicuro e complessato». Fede «un buffone di corte».
Di contro, nessuna dichiarazione ho letto contro il Manifesto dove una teologa, collaboratrice del giornale comunista, ha offeso Umberto Bossi con una battuta che trasuda volgarità vera e crudeltà umana: anche qui non tutti i politici meritano un giusto trattamento sulla stampa. A Serventi Longhi domando se serve davvero un sindacato quando tutti possono scrivere e tutti possono insultare.
Del suo passato rosso, il Serventi Longhi non fa mistero: non ha mai negato di aver fatto il Sessantotto e di aver tirato sassi durante le contestazioni (a Sabelli Fioretti su Sette ha persino confidato che sbagliava mira e prendeva i suoi stessi compagni…), di esser stato comunista. E giust’appunto ieri l’altro prima dello sciopero dei giornalisti della carta stampata, il capo sindacalista dei giornalisti si vedeva con gli amici (suoi) dell’Unione per presentare la piattaforma politica della Fnsi, federazione nazionale stampa italiana.
In cima alle cose da fare (con l’Unione) c’è l’abrogazione della legge 30, la legge Biagi. Potrei dire che porta non solo il nome ma l’idea di un riformista (Marco Biagi) vero, in tempi in cui sono tanti coloro che si riempiono la bocca di riformismi. Tuttavia non basta: questa legge sulla flessibilità del lavoro è una legge che ha tolto il tappo al Paese, che comunque dà la possibilità ai giovani di lavorare senza sacrificio dei diritti e senza le disparità di trattamento come invece faceva il precariato del ministro ulivista Tiziano Treu. Ma lui, Serventi Longhi, non lo può capire: uno che è stato tutta la vita solo all’Ansa e poi ha fatto il sindacalista, che esperienza di campo può avere per parlare di flessibilità? All’Ansa tutta la vita: se è quello il miraggio che vende ai giovani, Serventi Longhi, è proprio fuori dal mondo…
Con la legge Biagi, il trend di disoccupazione si è invertito e i dati ci proiettano nelle zone alte delle classifiche europee, per numero di occupati. Questa è la notizia. Ma siccome il ministro è leghista, a capo dell’esecutivo c’è Silvio Berlusconi e il governo è di centrodestra, il Serventosauro non la vede, la notizia. Preferisce prendere il buco e schierare i giornalisti contro il governo. Invece che contro la controparte naturale delle trattative e cioè gli editori.
Oggi in edicola, cari lettori, date uno sguardo ai giornali che ci sono e quelli che non ci sono. Poi capirete perché gli articoli su quei giornali sono a senso unico contro il governo, contro i suoi ministri e contro i risultati positivi. Se basta il fischio di un sindacato militante, che non solo sfila con i girotondini ma prende anche la parola, fa i comizi, se basta il fischio di un sindacalista che in molti danno come possibile ministro delle Comunicazioni (ecco perché tanto accanimento contro la Cdl…) per bloccare le rotative non tanto per migliorare i diritti dei giornalisti ma soprattutto per contestare il governo, non deve imbarazzare se i giornalisti scrivono in massa con la mano sinistra.
Ma, per fortuna, le cose iniziano a cambiare: i giornali giovani, d’opinione, quelli che distinguono le battaglie sindacali vere da quelle ideologiche, vanno in edicola. E i giovani colleghi non ne vogliono sapere della Jurassic Press di Serventosauro. Ne abbiamo le scatole piene di una stampa che arriva addirittura a pensare di comandare come se fosse un partito politico, che chiede la testa di Silvio come di Fazio, che nega alla Lega e a Bossi la dignità politica, riservandole solo gli insulti.
La stampa che oggi sciopera è quella autoreferenziale, quella che crede davvero di essere paladina di indipendenza e libertà.
A questa stampa qui, dedico il monologo di Giorgio Gaber nella parte che riguarda la stampa e i giornalisti. A questa stampa giurassica, giro le spalle nel giorno dello sciopero e torno a fare il mio lavoro. In segno di rispetto ai lettori…
Ps. Siccome Paolo Serventi Longhi crede molto nella libera stampa e nella libertà di opinione, mi querelerà. Troppa libertà fa male…
GIANLUIGI PARAGONE

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

02/10/2005 a 1:38 am

Pubblicato su Uncategorized

2 Risposte

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  1. Non ho molti commenti da fare, se non farti i complimenti per il bel lavoro. Il direttore del Manifesto, a quanto ho capito, accampa una scusa che si potrebbe tradurre così: “vorrei tanto scioperare, ma tengo famiglia…”. Quello della Padania ne fa invece una guerra di religione e trasuda antipatia contro qualsiasi sindacato (sindacati che, per lui, sono tutti di sinistra. Lasciamo perdere se poi fanno battaglie giuste. Sono di sinistra e quindi sbagliano, a prescindere).
    Rimane inalterato invece il mio giudizio sulla Fnsi che, come sai, critico aspramente da anni per la sua tendenza a difendere solo ed esclusivamente i diritti dei garantiti ignorando i precari che ormai in questa professione sono la maggioranza. Ma questo è un altro discorso, magari lo faremo un’altra volta.

    paolo

    02/10/2005 at 11:36 am

  2. Grazie per aver capito il tono del post. Anch’io avrei qualcosa da dire sulla Fnsi, non siamo tutti pecoroni lobotomizzati o decerebrati che seguono il capo con il paraocchi, ma in questa battaglia la Fnsi ha bisogno di essere sostenuta dalla maggior parte dei giornalisti, perché i principi che vengono messi in discussione riguardano tutti i giornalisti (bravi o non bravi, di destra o di sinistra). Questo qualcuno non l’ha capito ma, come mi piace ripetere, per capirlo non basta essere di questa o di quella parte politica, bisogna anche andarsi a leggere le proposte degli editori.

    Carlo Felice

    02/10/2005 at 11:41 am


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