Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Il magistrato ha sbagliato, l’Ordine anche

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Spero mi sarà perdonata la finta altezzosità del titolo di questo post, volevo soltanto spiegare perché, da questo modesto punto di vista, la perquisizione delle redazioni del Gazzettino e del Corriere del Veneto, eseguite ieri dai carabinieri su ordine del sostituto procuratore di Padova Paola De Franceschi, è stato un atto non giustificato e perché è stata ingiustificata anche la sdegnata reazione dell’Ordine dei giornalisti del Veneto. Ma prima, a uso e consumo di coloro che non ne hanno mai sentito parlare, riassumerò la vicenda. 19 luglio 2005: quattro banditi tentano di rapinare ad Abano Terme la gioielleria di Gianfranco Piras, c’è una sparatoria e muoiono sia Piras sia uno dei malviventi, Emanuele Crovi. Egle Luca Cocco del Gazzettino e Luca Barbieri del Corriere del Veneto riescono, a distanza di tempo, ad avere alcuni fotogrammi della sequenza che riprende il fallito assalto e i loro giornali pubblicano le immagini. La De Franceschi, che indaga sulla tentata rapina e sull’omicidio, convoca i due giornalisti come persone informate sui fatti, chiedendo chi aveva consegnato loro i fotogrammi e ritenendo che fossero stati fatti uscire dagli uffici da qualche pubblico ufficiale responsabile quindi di rivelazione di segreto d’ufficio. I due invocano il segreto professionale, la De Franceschi non ritiene che lo possano fare e li indaga per favoreggiamento (visto che avrebbero nascosto una prova fondamentale per risalire all’autore della rivelazione del segreto d’ufficio).

Si dibatterà molto, immagino, sullo status che dovevano avere i due quando furono convocati in Procura: semplici “testimoni” oppure persone che dovevano aver già assunto la qualifica di indagati come extranei concorrenti nel reato proprio del pubblico ufficiale, il 326 del codice penale, ossia la rivelazione di segreto d’ufficio? Nel primo caso potevano tacere soltanto opponendo il segreto professionale non ritenuto valido, nel secondo, invece, avrebbero potuto tacere semplicemente perché il silenzio è un diritto di ogni persona sottoposta a indagini. Difficilmente, però, sarebbe cambiato l’atteggiamento del magistrato, che probabilmente avrebbe ordinato la perquisizione sia in un caso sia nell’altro. A cambiare sarebbe stato soltanto il titolo di reato nella contestazione a Cocco e a Barbieri.

Perché il magistrato abbia sbagliato lo dirò successivamente. Per ora affronterò la questione della reazione dell’Ordine dei giornalisti, basandomi su un lancio dell’Ansa delle 19.51, visto che non ho a disposizione l’originale. Scrive l’Ansa: “Ancora una volta, per l’Ordine, i magistrati si accaniscono contro i giornalisti che fanno il proprio lavoro con coraggio e scrupolo professionale”. Non ci siamo: i magistrati si accaniscono solitamente contro coloro che, secondo loro, hanno commesso qualche reato e la De Franceschi ha ritenuto che il segreto professionale fosse stato ingiustamente invocato da Cocco e Barbieri, che così avrebbero cercato di evitare che fosse punito il responsabile della rivelazione del segreto. Secondo me c’è un errore giuridico, ma l’ipotesi non è campata in aria. Come noi chiediamo di poter fare liberamente il nostro lavoro, dobbiamo permettere ai magistrati di fare il loro. Diverso, molto diverso, sarebbe stato se avessero in qualche modo impedito l’uscita dei giornali: in quel caso avrei strillato e agito pure io. Oppure crediamo che i giornalisti – pronti giustamente a censurare i privilegi dei politici e di altre categorie professionali – diventino intoccabili sul loro lavoro? Crediamo che ci possa essere un’enclave all’interno della quale i giornalisti non siano punibili?

Spero poi che l’ultimo paragrafo dell’Ansa sia soltanto un affrettato riassunto di quanto scritto dall’Ordine nel suo comunicato: “La protezione delle fonti giornalistiche – si ricorda – è uno dei pilastri della libertà di stampa e della democrazia, come indicato dall’articolo 2 della legge professionale 69 del 1963, dall’articolo 118 del codice della Privacy e ribadito altresì dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.” Considero un semplice lapsus calami l’affermazione secondo la quale la protezione delle fonti giornalistiche è uno dei pilastri della democrazia (immagino che chi ha scritto la frase volesse parlare della libertà di stampa e della libertà di espressione in generale). Passando alle questioni sostanziali, ho già spiegato altrove che l’articolo 118 del codice della privacy parla del rapporto fra il giornalista e il cittadino che chiede di sapere da chi il giornalista ha appreso i suoi dati, non del rapporto fra il giornalista e il magistrato; nello stesso articolo avevo espresso anche perplessità sulla forza dell’articolo 2 della legge 69, visto che si tratta di una norma senza sanzione, e sull’applicabilità dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che lascia spazio a restrizioni delle leggi nazionali. Non so se ci sia stata un’omissione dell’Ansa nella trascrizione o se si sia trattato di un’involontaria omissione dell’Ordine, ma manca invece quello che è il riferimento più pertinente e forte al segreto professionale dei giornalisti di fronte ai magistrati, l’ultimo comma dell’articolo 200 del codice di proceduta penale. Immagino e spero che sia stato invece proprio l’articolo 200 (di cui ho parlato anche qui) a essere stato invocato da Cocco e da Barbieri per giustificare l’opposizione del segreto.

E così arriviamo all’errore che avrebbe commesso il magistrato, se i due giornalisti hanno opposto l’articolo 200. Il magistrato ha evidentemente ritenuto che Cocco e Barbieri non potessero invocare il segreto professionale, altrimenti avrebbe considerato legittima la loro scelta e non li avrebbe indagati per favoreggiamento. Nel terzo paragrafo di un articolo già citato prima, ho scritto di un’articolata ordinanza del Tribunale di Treviso, emessa il 14 gennaio 2000 in un processo per rivelazione d’ufficio contro il tenente colonnello dei carabinieri Nicolò Gebbia. Si trattava di valutare proprio la possibilità di poter obbligare i giornalisti a testimoniare sulla fonte della notizia. Osservò il Tribunale, all’epoca presieduto da Arturo Toppan: “La norma appena menzionata assicura, invece, una piena tutela al segreto professionale dei giornalisti, consentendo una deroga soltanto in via di eccezione, e quindi di stretta interpretazione. Prevede l’imposizione dell’obbligo a deporre in presenza – congiunta – di due precisi requisiti: quello dell’impossibilità di accertare la veridicità della notizia se non attraverso l’identificazione della fonte della stessa e quello dell’indispensabilità della notizia ai fini della prova del reato per il quale si procede. Se questi sono gli stretti limiti di operatività della deroga, sembra evidente che l’obbligo a deporre sarebbe stato imposto non già ad accertare la veridicità della notizia (che pacificamente in questo caso erano vere e non richiedevano alcuna verifica in tal senso), bensì ad individuare l’autore del reato di rivelazione di segreti (del quale, oltretutto, il giornalista avrebbe potuto eventualmente essere anche partecipe), violando così la tutela del segreto sulle fonti giornalistiche accordata dal legislatore”. Detto questo, è chiaro che la notizia pubblicata dai colleghi di Padova (le foto) è vera, perché si trattava realmente di immagini della rapina di Abano, cosa che poteva essere testimoniata da chiunque avesse partecipato alle indagini. Venendo meno quindi almeno uno dei requisiti per poter obbligare il giornalista a violare il segreto professionale, era chiaro che la De Franceschi avrebbe dovuto scegliere altre strade di indagine per cercare di sapere chi aveva commesso la rivelazione del segreto d’ufficio.

Questo bisognava rispondere, secondo me, invece di parlare di accanimento dei magistrati contro i giornalisti. Bastava dire, più o meno: “Il pubblico ministero, pur avendo agito con la persuasione che i due giornalisti avessero commesso un reato, si è sbagliato, perché non ricorrevano all’evidenza le condizioni poste dall’articolo 200 del codice di procedura penale per obbligare i colleghi a rivelare la fonte d’informazione”.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

07/10/2005 a 1:38 am

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