Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Lo sciopero dei macchinisti

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Quindici giorni dopo la nascita del weblog su Blogosfere, questa è la prima entry in crossposting fra Reporters e cfdp. Non ce ne saranno molte: quando avrò sistemato alcune cose, “cfdp – Se una notte d’inverno un giornalista” rimarrà un blog principalmente di studio e approfondimento di questioni legate al giornalismo e al diritto (con qualche curiosità sparsa); “Reporters”, che non a caso nel sottotitolo parla di citizien-journalist e journalist-citizen, sarà invece più legato all’attualità (che non significa superficialità).

Detto questo passiamo alla questione: lo sciopero dei giornalisti (l’ultimo è stato martedì e mercoledì).

Fino a pochi anni fa i giornalisti erano rimaste una delle poche categorie che, quando scioperavano, bloccavano davvero tutto il settore. Nel senso che non c’era giornale che uscisse (se si eccettua il Manifesto, che all’epoca – adesso non più – veniva esentato dal sindacato unico della Fnsi perché edito da una cooperativa) e non c’era televisione che trasmettesse notiziari. Ora, invece, le cose sono cambiate: il giorno dopo uno sciopero potete andare in edicola e comprare sicuramente Libero, la Padania e il Giornale (dove la maggior parte delle redazioni, e non soltanto le direzioni, sembrano essere contro ogni sciopero proclamato dalla Fnsi, a prescindere dai motivi), ma anche il Manifesto e una serie di giornali locali (mi vengono in mente il Giornale di Sicilia o la Gazzetta di Parma, ma ce ne sono altri). Bene, vuol dire che siamo diventati come gli autoferrotranvieri: quando i loro sindacati proclamano uno sciopero, c’è sempre qualche autobus o qualche treno che viaggia.

E qui arriviamo al punto: i treni che viaggiano durante lo sciopero hanno sia un capotreno sia un conducente sia un macchinista sia un controllore. Alcuni giornali che vanno in edicola, invece, sono privi di qualche elemento essenziale. Un esempio lampante ci viene da un post di Paolo Ferrandi (paferrobyday) che ci informa che il suo giornale, la Gazzetta di Parma, giovedì era in edicola, nonostante lo sciopero nazionale. Niente di male; o meglio, niente di strano: come abbiamo visto erano in edicola anche altri giornali. Il problema è che la Gazzetta di Parma, giovedì, era in edicola senza la notizia più importante del giorno: quella degli attentati in tre alberghi di Amman. Direttore, vicedirettore e caporedattori avevano voluto fare un giornale senza un minimo di giornalisti per trovare e scrivere le notizie più importanti. Come se un treno partisse senza macchinisti e rimanesse fermo senza carburante a metà del tragitto, in piena campagna: i passeggeri sarebbero ancora più imbufaliti di quanto lo sarebbero stati a sapere che il treno sarebbe rimasto in stazione per lo sciopero. Almeno dalla stazione avrebbero potuto pensare a prendere un taxi o a trovarsi un albergo per la notte. Chissà se i cittadini-lettori – razza di persone a volte strana – hanno reagito come avrebbero reagito se fossero stati cittadini-passeggeri.

Per non divagare troppo non ho affrontato il problema della Fnsi come sindacato unico. Sintetizzando: la pluralità dei sindacati è un problema meno rilevante dei motivi dello sciopero. D’altra parte Cgil, Cisl e Uil, che pure sono tre sigle separate, hanno dimostrato – per esempio in occasione del Patto per l’Italia – che quando sono divisi perdono. Forse sarà bene che prima o poi i giornalisti pensino a sindacati specializzati, per adesso è più importante perseguire l’obiettivo principale: evitare che trionfi la precarietà (attenzione: ho scritto “precarietà”, non “flessibilità”). Ma non perché una casta debba continuare a essere casta, per fare in modo che la casta debba evitare di pensare ai condizionamenti degli editori e possa dedicarsi all’informazione. Non è una responsabilità da poco.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

12/11/2005 a 2:02 pm

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