Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

Occhio a queste due sentenze sul segreto d’ufficio

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Questo testo, pubblicato ieri su Reporters, non poteva mancare anche qui, visto che tratta un argomento più volte sviluppato a queste latitudini: il segreto professionale dei giornalisti.

Ho sostenuto e continuo a sostenere che un giornalista può essere condannato per rivelazione di segreto d’ufficio a titolo di extraneus che concorre, anche se l’articolo 326 del codice penale configura un reato proprio del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. Ne ho già parlato qui  e non voglio ripetermi (questo è il link, con la discussione che prosegue anche nei commenti).
Non mi faccio però obnubilare dalle mie convinzioni (che non sono soltanto mie – nel qual caso varrebbero ben poco – ma sono sostenute da buona parte della dottrina, dall’Antolisei in poi) e segnalo negli ultimi dieci giorni due sentenze che hanno assolto altrettanti giornalisti dall’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio. La prima della Terza sezione della Corte d’appello di Napoli, l’11 novembre, l’altra, ieri, del giudice dell’udienza preliminare di Latina Lucia Aielli. Nel primo caso l’imputato era Gianluigi Nuzzi del Giornale, nel secondo Aldo Cepparulo del Messaggero.

Nuzzi nel 2000 aveva scritto che nelle indagini sui fallimenti collegati al Banco di Napoli erano stati svolti accertamenti anche sull’attività professionale del professor Giovanni Verde, all’epoca vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. In primo grado, nel febbraio del 2004, era stato condannato a quattro mesi di reclusione dalla V sezione del Tribunale di Napoli, secondo la quale "la condotta tenuta dall’imputato di per sè non può essere considerata neutra, ossia di mero ricettore dell’informazione coperta da segreto, bensì apporta un contributo causale alla rivelazione dello stesso attraverso la pubblicazione della notizia dato anche l’indubbio interesse dell’imputato a ricevere detta notizia, nella sua qualità di giornalista". La Corte d’appello lo ha assolto. Le motivazioni, ovviamente, non sono ancora note. Si sa soltanto che il difensore di Nuzzi, l’avvocato milanese Salvatore Lo Giudice, ha sostenuto che il giornalista, il quale semplicemente riceve una notizia, non può essere condannato per rivelazione del segreto se non ha avuto un ruolo attivo per ottenere la notizia e se rimane ignota la fonte.

È andata meglio a Cepparulo (difeso dagli avvocati Paola Severino De Benedetto e Maurizio Bellacosa, rappresentati in udienza dal collega Giuseppe Pesce): in attesa di eventuali appelli della Procura, si è portato a casa l’assoluzione in primo grado. La rivelazione del segreto d’ufficio sarebbe stata commessa nella vicenda riguardante l’arresto per estorsione di alcuni carabinieri, due anni fa. Leggo nell’Ansa di ieri alle 19.55 che il giudice avrebbe stabilito che "il giornalista che si limita a ricevere una notizia e a pubblicarla, anche se coperta da segreto d’ufficio, non commette alcun reato «perché non è previsto dalla legge»". Anche qui resto in attesa delle motivazioni della sentenza (il deposito è previsto entro 90 giorni).

Non conosco i casi singoli e quindi mi limito a una breve riflessione generale. Le Procure della Repubblica, anche quelle solitamente più efficienti, diventano solitamente incapaci quando si tratta di procedimenti penali riguardanti la rivelazione di segreto d’ufficio a giornalisti. Nove volte su dieci (non è una statistica, vuol soltanto dire "nella maggior parte delle occasioni") il pubblico ufficiale che avrebbe commesso il reato non viene scoperto e a giudizio ci va il giornalista "in concorso con pubblico ufficiale allo stato ignoto". Allo stato e per l’eternità, ovviamente (e per fortuna, dico da ex cronista di giudiziaria).

Dall’altra parte, e lo dico per esperienza, è difficile, molto difficile, che il ruolo del giornalista sia quello di mero recettore della notizia, quasi che uno passasse per caso in questura o in caserma dei carabinieri o dalla Guardia di finanza o in qualche ufficio della Procura e trovasse casualmente per terra copia di un verbale segreto. Solitamente, come è quasi ovvio che sia, entrambe le parti hanno qualche interesse alla pubblicazione dell’atto: sarà difficile trovare sia l’ufficiale dei carabinieri o il commissario di polizia o il magistrato che per errore lascia vedere a un giornalista un verbale d’interrogatorio (e comunque l’agevolazione delle rivelazione, anche colposa, è punita dalla legge), così come sarà difficile che il giornalista non chieda in qualche modo l’atto segreto a qualche sua fonte confidenziale o non cerchi comunque di procurarselo.

Detto questo, sarà interessante leggere le motivazioni delle due sentenze, potrebbero diventare molto interessanti per tutti.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

20/11/2005 a 2:38 am

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