Carlo Felice Dalla Pasqua

Mu. Has the dog Buddha-nature?

I limiti della libertà e la censura su internet

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Questa è un’edizione di un post pubblicato poche ore fa su Reporters, adattata soltanto in un breve passaggio nel secondo capoverso, laddove si fa riferimento ai link a miei post in questo blog e su Reporters.

Parto subito dall’excusatio non petita che, almeno in questo caso, non è accusatio manifesta, è semplicemente l’ammissione che un post di un blog, per quanto lungo, non può affrontare tutti i rivoli di un problema complesso come quello di cui sto per parlare, a partire dal coordinamento delle norme a livello internazionale sulla comunicazione online.

Detto questo, eccomi qui a dire che trattiamo (ancora) di Google, riprendendo l’esempio eclatante (ma è soltanto un esempio e nulla di più) della pubblicazione su Google Video dei filmati dell’umiliazione in classe (presente almeno un’insegnante) di un ragazzo down in una scuola di Torino. Chi non avesse seguito quotidianamente il mio blog Reporters può trovare in novembre altre tracce di miei interventi: il 16, il 28  e il 29. Ne ho scritto anche su questo blog, il 26 novembre. Proprio perché sono già stato sufficientemente prolifico, cercherò di scrivere qualcosa di nuovo, qualcosa dentro di me è maturato anche grazie all’interessante dibattito del convegno di PiùBlog,  che ho moderato domenica scorsa a Roma, su "Aspetti giuridici e criminologici della comunicazione online". Ora la mia tesi è che i primi responsabili siano sì famiglia e scuola, che evidentemente hanno educato molto male quei ragazzi, ma che Google non possa essere considerata innocente (in senso morale, se non legale) sulla base della giustificazione che è un semplice strumento e non può controllare le migliaia di filmati che ogni giorno vengono caricati. Mi rendo conto che sto scrivendo qualcosa di diverso (non contrario) rispetto alle mie idee precedenti, ma spero che ad ognuno sia concesso di elaborare e anche cambiare in modo motivato il proprio pensiero. 

Sarò ingenuo, sarò fuori dal mondo, non capirò l’evoluzione dei mezzi di comunicazione né alcune peculiarità di internet, ma io continuo a stupirmi quando sento parlare di censura associata al concetto di regole da dare anche alla comunicazione online; e mi stupisce che internet sia considerato uno spazio di libertà assoluta, che si autoregolamenta a mano a mano che diventa più maturo, nel quale è sufficiente aprire un sito per replicare a eventuali falsità diffuse in rete; non credo che chi usa internet sia un "buon selvaggio" che viene poi corrotto dal mondo che gli sta intorno. Tanto per essere chiari fin da subito: censura (qui Wikipedia) per me significa limitazione preventiva della libertà di espressione operata da uno Stato o da organismi statali o anche da aziende private, non significa stabilire alcune regole che puniscano comportamenti verbali o scritti che violino i diritti di altri al rispetto o alla dignità. Per restare in Italia, esiste l’articolo 21 della Costituzione  ed è importantissimo, ma esistono anche gli articoli 2 e 3 e sono altrettanto importanti. So che il discorso è delicato, che le differenze nei casi concreti possono essere più sottili di quanto appaiano teoricamente, ma non per questo possiamo sottrarci a una discussione sempre più urgente.

Internet non può essere limitato dalla definizione di "mezzo di comunicazione" e ci pervade, o almeno pervade quelle generazioni di quella parte del mondo che hanno potuto conoscerlo e hanno capito la sua utilità e la sua portata rivoluzionaria. Ma la rivoluzione di internet può cambiare radicalmente (avverbio importante) anche alcuni principi di convivenza da tempo accettati? Per me no, ma la discussione è aperta.

Si è detto che Google, al di là di una discussione giuridica che anch’io ho sfiorato sull’articolo 40 capoverso del codice penale e sugli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 70 del 2003 (ottimo riepilogo di Elvira Berlingieri su Apogeonline), non poteva far nulla per prevenire la pubblicazione dei filmati della scuola di Torino e che comunque era praticamente impossibile che potesse accorgersi da sola – una volta pubblicati – che avevano un contenuto così sconvolgente. Distinguerei i due casi: per me è giusto (fa parte della libertà di espressione) che Google, YouTube e tutti gli altri gestori di contenitori simili offrano uno strumento che consenta a chiunque di mettere online un filmato, sia esso un innocente karaoke, il ricordo di una gita in montagna o un discorso che esalta il fascismo; non è giusto invece – al di là delle leggi attuali – che Google, YouTube e gli altri gestori di contenitori simili possano invocare la loro innocenza a priori sulla base del principio "ultra posse nemo tenetur" perché migliaia e migliaia di filmati caricati ogni giorno non possono essere verificati ad uno ad uno.

Voglio dire che, senza limitarmi all’aspetto puramente legale (che lascio ad altri più competenti e capaci), il principio dell’ultra posse nemo tenetur regge poco quando è stato il soggetto a mettersi nella condizione di non aver la possibilità umana di adeguarsi a una norma. Spero di riuscire a spiegarmi bene, perchè il passaggio è delicato: Google (e YouTube e gli altri) sapevano benissimo che in tutti i Paesi occidentali esistevano da tempo norme a protezione della privacy e della reputazione delle persone, oltre che dei diritti d’autore: aprire un servizio come Google Video (è soltanto uno dei possibili esempi) con la consapevolezza che attrarrà molte persone, significa sapere che potrebbe diventare impossibile controllare, anche a posteriori, se vi siano contenuti che violano le norme sul diritto d’autore piuttosto che quelle sulla privacy. E quell’impossibilità è un’evenienza che ragionevolmente può essere calcolata fin dall’inizio, che non subentra per motivi inattesi e inaspettabili dopo che il servizio è stato avviato. Per questo – almeno da un punto di vista non strettamente giuridico, lo ripeto – mi è difficile giustificare Google Video sulla base dell’ultra posse nemo tenetur.

Mi rendo conto di poter essere accusato di essere particolarmente rigido e di non tener conto della maggior libertà di comunicazione che certi strumenti utilizzabili via internet offrono a cittadini che prima dell’avvento della comunicazione online non avrebbero mai avuto la possibilità di scrivere su un giornale o di parlare in televisione. Per questo, prima di chiudere, vorrei fare un’ultima specificazione: io spero che internet si diffonda sempre di più e dia la possibilità di esprimersi a tutti coloro che sentono la necessità di farlo, quello che respingo è la totale anarchia di internet (l’aggettivo "totale" non è messo a caso) e la maggior indulgenza che molti utenti accordano a compagnie commerciali online con fini di lucro (Google è soltanto una delle tante) rispetto ad altre che non operano in rete. Su internet possiamo avere una grande libertà, è vero ed è bellissimo, cerchiamo soltanto di non approfittarne.

È questa una delle più grandi sfide di quest’epoca, lo dico ai due o tre che hanno avuto il fiato per seguirmi fino a qui.

Piccola "bibliografia" recente: dal canale "Tecnologie & Scienze" di Repubblica.it ecco un articolo sulla nascita di QuickCapture, che permetterà di caricare direttamente su YouTube filmati ripresi con una webcam, l’intervento di Stefano Rodotà  sulla "carta dei diritti" di internet e l’intervista di Vittorio Zambardino a Francesco Pizzetti, attuale presidente del Garante per la protezione dei dati personali, comunemente chiamato Garante per la Privacy.

Written by Carlo Felice Dalla Pasqua

13/12/2006 a 10:37 am

Pubblicato su Uncategorized

2 Risposte

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  1. Regole e libertà

    I limiti della libertà e la censura su internet di Carlo Felice Dalla Pasqua contiene link a: :: Google, il ragazzo down e l’articolo 40 del codice penale – Carlo Felice Dalla Pasqua :: Google, il video dei bulli e la diffamazione – Elvira Berl

  2. io sono interessato a continuare questa discussione.
    penso che regole siano necessarie per evitare che attraverso internet si possano compiere impunemente fatti che se comnpiuti nel mondo materiale costituiscono reati.
    penso anche che occorre distinguere fra internet come mezzo e internet come dimensione.
    Come mezzo ricguarda il trasferimento in modo immateriale di dati materiali in partenza e in arrivo (caso del video di torino) e pone il problema fondamentale del controllo da parte del gestore del mezzo del contenuto che viene trasmesso (da un lato) e della ampiezza imprevedibile dei desitnatari e del contesto in cui i dati rimaterializzati possono essere usati. Un poco come se ci chiedessimo che controllo possono fare le poste sul contenuto dei giornali che consegnano agli abboanti, da un lato, e come valutare l’imnopatto che una notizia contenuta in una comunicazione fra due persone (Uuna lettera nel mondo materiale) assume quando pubblicata sul giornale. Warren e Brandeis avevano cominciato a porsi questi interrogativi (specialmente il secondo) con riferimento alla nuova tecnologia della stampa di allora. Adesso dobbiamo porceli per il web e per internet.
    Il seocndo interrogativo riguarda invece la dimensione del web come comunità virtuale che vive in una realtà immateriale.
    Qui il problema è più complesso.
    Fino a che punto le differenze fra comunità materiale e comunità immateriale sono vere? che cosa in realtà riguardano? come si devono valutare?
    Per certi aspetti sono certamente vere. Sopratutto penso al fatto che gli Stati esercitano un potere legato a territori e qindi a dimensioni materiali per definizione, e che tutti i nostri processi di rappresentanza e di decisione sono stati costruiti per le realtà materiali. Come si danno regole alle comunità immateriali? chi le dà? come possono gli Stati “materiali” pretendere di regolare le comunità immateriali?
    Potremmo continuare. dobbiamo continuare.
    Rispondetemi se volete.
    Non lasciamo cadere questi temi.
    Sono i temi del futuro che è già presente.
    bellavenere

    bellavenere

    25/12/2006 at 11:24 am


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